Il pannello

Il pannello

L’entrata in aula di quel professore faceva temere che ci sarebbe stato qualcosa di grave da scontare. Erano giorni difficili nella quarta B del Liceo Classico Umberto I di Napoli, da quando uno o più alunni aveva svitato il pannello della scrivania degli insegnanti e tutta la classe, sedici adolescenti, tutti maschi, aveva potuto vedere le gambe della giovane supplente. Non erano abituati in quell’ambiente severo a professori poco più che adolescenti, non erano neppure abituati a colpi di testa: erano del tutto fuori luogo. Ma i tempi stavano cambiando. A cose fatte, nessuno si dichiara colpevole e tutti, nonostante le enormi distanze che socialmente e culturalmente li separavano, si chiudono in un mutismo cameratesco che aveva convinto il preside ed alcuni insegnanti a valutare la possibilità di sospendere l’intera classe. Intanto erano sospese le lezioni ed era calato dall’alto un ultimatum che tutti gli insegnanti aspettavano scadesse per passare alla punizione, tanto meritata da quegli alunni che avevano fatto scappare in lacrime la giovane supplente. Tutti tranne quel professore di greco, tanto imponente quanto umano e disponibile ad ascoltare. Quel professore è Giovanni La Magna, l’anno è il 1967, e quella mattina non parlò di Omero e Senofonte, non affrontò i ghirighori dell’aoristo o del duale, ma intavolò con i suoi alunni una lezione di vita che non avrebbero più dimenticato…

Il racconto di Erri De Luca, pubblicato nel 1994 ed inserito nella raccolta In alto a sinistra, poi ripubblicato a parte nel 2012 sempre dalla casa editrice Feltrinelli, nella sua brevità affronta temi molto più complessi di quello che lascerebbe presagire l’esile trama, secondo lo stile e l’indole a cui ci ha abituati l’autore. In effetti in un pungo di pagine si affronta con lucidità uno spaccato sociale ed umano che ad altri avrebbero richiesto ben più profonde analisi sociologiche. Ci sono le avvisaglie dei “moti studenteschi” del 1968 (che La Magna non fece in tempo a vedere essendo passato a miglior vita proprio in quell’anno), che sono riassunti simbolicamente nella distanza fra cattedra e resto dell’aula, fra insegnanti e alunni diversissimi per ceto sociale, uniti nello spirito di classe. Fra “noi” e “loro” c’era solo un pannello, che un giorno decisero di far saltare. C’è l’analisi molto acuta della linea sottile fra solidarietà ed omertà, analisi lasciata alle parole umane del professore siciliano, che esordisce proprio come esponente della Terra dell’Omertà. C’è l’analisi del senso di giustizia, ma soprattutto dell’essere giusti. La Magna fa la parte del buon padre di famiglia che sente la differenza generazionale, sente lo scontro forte e distruttivo che potrebbe portare a dei vincitori, soprattutto alla sconfitta di tutti e per questo sceglie la strada della critica costruttiva: “Noi ci stiamo difendendo da voi, voi da noi: così le aule diventeranno campi di battaglia, vincerà il più forte, ma la scuola sarà finita”. C’è il senso profondo dell’autocritica come dichiarazione dei propri errori, anche come rimorso fino alla liberatoria ammissione delle proprie responsabilità. Lo stile è asciutto e scorrevole, senza indulgenze alla retorica ma neppure alla tragedia o alla morale: per questo si legge bene. Si deve leggere.



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