Il pantarèi

Il pantarèi

Quel giorno, Daniele Stern, “poligrafo senza occupazione” ovvero collaboratore editoriale e trentenne “disoccupato di talento”, come ama definirsi, ha un appuntamento con la dottoressa Ghiotti, redattrice della casa editrice che gli procura lavoretti saltuari, di solito traduzioni. “Le cose nuove non si vendono, lei me lo insegna, caro Stern”, è la premessa della donna, alludendo sorniona alla sua situazione non così florida, prima di fare la sua proposta. Stern ha una settimana di tempo – una settimana! – per completare il settimo volume, l’ultimo, di una enciclopedia della donna, un’opera monografica che la casa editrice sta per mandare in stampa; “Un importante contributo alle rivendicazioni femminili, vedo. Una spinta autorevole in direzione della parità dei sessi” – osserva ironicamente l’uomo. “Effettivamente è un’opera di impianto tradizionale. Ma il mercato purtroppo” - risponde lei. In questo ultimo volume, però, dedicato alla cultura generale, c’è il capitolo di letteratura che non funziona; tocca a Stern, quindi, riscriverlo, quaranta pagine con poche ma chiare nozioni dedicate all’ultimo secolo e, per scelta editoriale, riservate al solo romanzo. Uno sguardo rapido al calendario, “Ottobre: è tempo di stampare”. Una settimana soltanto a disposizione. “Accetto, pensava Stern, accetto tutto”. “Sempre scrivere su commissione. Tenga, tenga la scaletta. Attenzione a non andare fuori tema. Mezzo milione in cinque giorni. Val bene una scaletta”. Uno dei capitoli reciterà così: Il romanzo: nuova ricerca e nuove tecniche. Come dire, pensa Stern, “Il romanzo è morto: viva il romanzo”. O forse “Resurrezione”. Intanto Stern può così comprarsi un paio di scarpe nuove, per festeggiare, un paio di polacchine, scamosciate. Sarebbe anche la scusa per chiamare la sua ex moglie Anna, che gli ha sempre rimproverato insicurezza e viltà di fronte alle scelte, e che ora vive con il suo nuovo uomo. “Più di una settimana che non si fa viva. Telefonerà proprio oggi? Vorrei o non vorrei? Non vorrei. Sconvolgere il mio equilibrio. Ne ho bisogno per lavorare. Equilibrio? Per prima cosa le racconterei delle polacchine. Fare un po’ il misterioso. Per festeggiare cosa? Indovina indovinello”. Si racconta delle bugie in merito, Stern, ma la verità è che ci soffre ancora: “Poi chiederle notizie della bertuccia. Si è rasato un po’ di peli il tuo Perry Mason? Qualcosa del genere. Ironico e disinvolto. Non darle soddisfazione. Sereno. In forma. Mai stato così bene. Solo ma libero”. Troppo solo però, e quando il bisogno urge di più, c’è sempre il parco, dove trovare qualche giovane disposto a fargli compagnia in cambio di un po’ di soldi. Intanto, mentre sta tornando a casa quel giorno, dopo essersi concesso anche un caffè e due pacchetti di Marlboro, continua a pensare ai titoli dei paragrafi. “Potrei anche fottermene della scaletta. Del resto non serve a niente”. Ed eccolo, Daniele Stern, sollevare da terra la sua Olivetti verdazzurra, estrarla dalla custodia e posarla sulla scrivania; eccolo al lavoro sui tasti che picchiettano docili e riproducono il passaggio proustiano che ha scelto per cominciare. Quello dei lillà “Inesistenti e persistenti. Inesistenti ma esistenti”. Perché ovviamente si deve cominciare da Proust. Sì, Stern è soddisfatto dell’attacco. “Si viene subito al sodo. I lillà al posto della madeleine. Un tocco di originalità”…

Quando Il pantarèi esce per la prima volta nel 1985, pubblicato dal piccolo e sconosciuto editore SPS, passa quasi inosservato e il suo autore, Ezio Sinigaglia che all’epoca ha trentasette anni, ferito dall’indifferenza della critica, decide di chiudere con i romanzi e per trent’anni lavora come traduttore, copywriter e ghostwriter, scrive numerosi contributi per varie riviste letterarie e guide turistiche, insegna scrittura all’Università di Milano Bicocca e non solo – assomiglia molto, quindi, al suo personaggio che è un redattore editoriale, “il poligrafo senza occupazione” Daniele Stern. Soltanto nel 2016 esce il suo secondo romanzo, Eclissi, quindi la giovane Terrarossa decide di ripubblicare Il pantarèi nella sua collana Fondanti, che ha questo intento, “Opere che hanno segnato un’epoca o hanno rappresentato un tassello fondamentale nel percorso narrativo di autori di talento sono oggi introvabili: questa collana le riproporrà in una nuova edizione affinché possano continuare a conversare con i lettori”. Non è affatto facile raccontare questo metaromanzo, opera post moderna e sperimentale che esplora le possibilità della scrittura in più declinazioni, mescola tempi verbali, utilizza diversi registri linguistici, giochi di parole, flussi di coscienza. Frasi frammentate, punteggiatura ora inesistente, ora piegata a esigenze che ignorano le regole tradizionali. E ancora, intere sezioni del romanzo constano di veri e propri rebus, indovinelli, calembours, sciarade, il passaggio dalla prima alla terza persona è continuo; in linea di massima si distingue un doppio registro, saggistico e narrativo, che da un lato illustra, in corsivo, le schede che il protagonista redige per il capitolo dell’enciclopedia che gli è stato commissionato – nel quale lo stile è capace di riecheggiare, di volta in volta, quello degli autori che tratta, Proust Joyce Musil Svevo Kafka Céline Faulkner (in realtà sono otto e a ciascuno è dedicato un capitolo) – e dall’altro, in tondo, racconta di Stern uomo irrisolto vile e indeciso, del suo matrimonio finito, del suo continuo oscillare riguardo il gusto sessuale, spossato dall’incapacità di non vivere un profondo disagio esistenziale anche in questo. Se l’intento è l’ambiziosa dimostrazione che il romanzo non è morto, rispondendo a quanto gli intellettuali dell’epoca andavano discutendo - come ha detto Sinigaglia in una intervista “Eravamo nella seconda metà degli anni Settanta e la sensazione che circolava era che il romanzo sperimentale fosse finito” –, illustrando le possibilità della scrittura, dimostrando l’impossibilità della sua immobilità – ed ecco il titolo suggestivo perso in prestito dal notissimo aforisma πάντα ῥεῖ, "tutto scorre" attribuito al filosofo greco Eraclito (VI –V sec. a.C.) e rielaborato qui in un unico termine sinonimo di mutevolezza -, allo stesso tempo questa instabilità, diremmo se non necessaria certo ineludibile, travolge l’esistenza emotiva sentimentale sessuale intellettuale di Stern. Tutto è ambiguo, inafferrabile, incompiuto, incerto, “Ho scelto, mia cara, ho scelto di non scegliere mai. A costo di vivere solo. Si avrà pure il diritto di restare incompiuti”: Daniele Stern è l’emblema dell’antieroe che subisce lo stesso processo di destrutturazione del romanzo storico ottocentesco ormai in crisi. Come dire che lo stesso destino accomuna Uomo e Opera, Intellettuale e Romanzo all’inizio del nuovo secolo, impossibile fare un distinguo; se quindi il romanzo non è morto, segue certamente la sorte della materia che ne è protagonista, ovvero l’uomo stesso. Largo spazio c’è poi per argomentazioni sulla concezione del tempo, sia all’interno della narrazione sia come profonda riflessione filosofica. Per dimostrare che è possibile inficiare l’affermazione riguardo la morte del romanzo, è necessario che Ezio Sinigaglia e il suo alter ego Stern – che in tedesco significa stella ma “Una stella che, pur continuando ad esistere, avesse cessato di brillare. Un buco nero!” – affondino profondamente nella sostanza-romanzo e che, come dall’interno, dimostrino in che modo, attraverso la destrutturazione dei personaggi dell’ambiente della vicenda, e la frantumazione che avviene sul piano cronologico ma anche linguistico e stilistico, esso non sia mai morto davvero ma anzi continui ad esistere, materia magmatica e in evoluzione continua, insoluta e instabile quanto l’uomo stesso. Vi è una soluzione? Sì, dal momento che Stern nella conclusione è pronto a concretizzare la sua ambizione di scrivere un romanzo. D’altra parte lo si legge esplicitamente, “Sorge il sospetto che il romanzo, dopo tante negazioni, continui, imperturbabile, a possedere un’anima. […] Finché vi saranno uno scrittore, un lettore e uno strumento di comunicazione tra i due, la parola, il romanzo non potrà essere negato”. Ricerca linguistica e strutturale, flussi di coscienza ad intermittenza che ingenerano la tensione narrativa e poi la allentano, attenzione estrema al suono delle parole che si fa capace esso stesso di accelerazioni e rallentamenti, infiniti rifermenti e citazioni che sta al lettore decrittare: Il pantarèi è un romanzo complesso e cerebrale, impossibile da inserire in un segmento del panorama editoriale. Assolutamente imperdibile per chi ama i grandi romanzi del Novecento, Céline Proust Joyce, e per chi si sia mai avvicinato alla “questione del romanzo”, è una lettura impegnativa ma notevolissima, di quelle che costringono a tornare a rileggere alcune pagine sottolineate di tanto in tanto. Ecco quanto lo stesso autore dice nella interessante Prefazione a questa edizione – intitolata I romanzi e i giorni, che Sinigaglia motiva raccontando l’immagine dalla quale all’epoca scaturì l’idea del romanzo – ,“Il pantarèi ha visto la luce in un mondo che non esiste più. E tuttavia a me sembra che abbia ancora molte cose nuove da dire così com’è, senza bisogno di snaturarne la freschezza”. Leggete questo unicum letterario; non sarà facile ma le cose importanti non lo sono quasi mai.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER