Il pappagallo di Flaubert

Il pappagallo di Flaubert
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Sei nordafricani giocano a boules sotto la statua di Flaubert. Colpi secchi risuonano sul frastuono del traffico. Una mano dall’epidermide brunita dal sole e dalla melanina lascia andare, con mosse quasi carezzevoli, un globo d’argento. La boccia tocca terra, rimbalza e curva in una scia lenta di polvere compatta. Il lanciatore si blocca nel gesto elegante di una statua provvisoria, immortalata nella plasticità del momento in cui la boccia viene gettata via. come freccia che scocca dall’amo. Gambe piegata, di cui una sollevata, e corpo proteso in avanti. Camicia bianca arrotolata, avambraccio nudo e una piccola macchia sul dorso del polso. Non è un orologio e nemmeno un tatuaggio, ma una decalcomania colorata: il volto di un saggio statista molto ammirato nel deserto. Un tipo da statua, anche lui. Ma Flaubert non ricambia lo sguardo delle altre statue. Ha gli occhi rivolti a sud verso la cattedrale, sulla città che disprezzava e che a sua volta lo ha per lo più ignorato. La testa è prudentemente eretta, così solo i piccioni possono vedere la sua calvizie. Questa statua non è l’originale...
È del 1984, ma Einaudi l’ha ripubblicato l’anno scorso. Perché? Perché ormai è diventato un classico. Un libro originale, che rifugge la ristrettezza manichea della catalogazione, dell’etichettatura, nemmeno si trattasse di un barattolo di confettura di fragole o di una di quelle lattine di zuppa grazie alle quali Andy Warhol per certi versi ha costruito la sua fortuna, durata ben più di un quarto d’ora. Un romanzo molto bello. E una biografia splendida. Perché è entrambe le cose insieme. Non il semplice racconto di una vita celebre, né una narrazione liberamente tratta da una storia vera. Sono le due dimensioni che si intrecciano, non senza una buona dose di immaginifica inventiva. Né accademia né fiction, ma qualcosa di più, strano e insieme stupefacente. Un medico in viaggio vede un pappagallo impagliato e da lì inizia a muoversi sulle tracce del suo autore del cuore, quasi un amico, come Machiavelli considerava i grandi della latinità di fronte al cospetto delle cui parole usava addirittura cambiarsi d’abito, nel suo studio.

 

 

 

 
 
 
 
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