Il pendolo di Foucault

Il pendolo di Foucault

23 giugno - vigilia di san Giovanni - Parigi, Conservatoire des Arts et Métiers. L’orario di chiusura al pubblico è appena passato, e un uomo aspetta, nascosto in una saletta. E intanto i ricordi gli affollano la mente. Ricordi di due giorni prima, quando una strana telefonata da parte dell’editore Jacopo Belbo – fatta proprio da lì, da una cabina telefonica della capitale francese - ha strappato Casaubon all’apatia e lo ha fatto precipitare nell'appartamento milanese pieno di cicche e piatti sporchi di Belbo, che nella memoria di un word processor affermava di aver lasciato scritta la soluzione di un enigma che da tempo li appassiona entrambi, e svelata l’identità dei misteriosi personaggi che a quanto pare gli stavano dando la caccia. Anzi, senza “a quanto pare”, perché la telefonata di Belbo da Parigi si era interrotta in modo inquietante e misterioso... E poi ricordi di anni prima, quando Casaubon, giovane studente contestatore iscritto a Filosofia e nel pieno di una tesi di laurea sull’enigmatico processo ai Templari – incontra al mitico bar Pilade Jacopo Belbo – dirigente della casa editrice Garamond. Questi lo invita in ufficio per incontrare un misterioso e pittoresco personaggio, tale colonnello Ardenti, che afferma di aver svelato in un manoscritto appunto il segreto dei Templari. È solo l’inizio di una letale avventura che scaraventa tutti nel cuore di uno dei misteri più oscuri della storia...

A Umberto Eco, insigne studioso, professore universitario tra i più prestigiosi del nostro Paese e sagace editorialista, va ascritto anche il merito di aver lanciato – almeno in Italia – due tra i più fortunati generi letterari mainstream: il thriller esoterico e il giallo storico. Più di 15 anni prima di Dan Brown, Eco portava infatti all’attenzione del pubblico italiano alcune delle più affascinanti e complottiste teorie sul mistero del Graal e sul tragico epilogo dell’avventura politico-militare del potentissimo Ordine dei Templari. E non con un romanzo “seminale” passato inosservato, badate bene, ma con un bestseller tra i più venduti del dopoguerra: perché allora Il Codice Da Vinci è riuscito a sedimentare nell’immaginario collettivo e a impattare sui mass-media molto più de Il pendolo di Foucault? Innanzitutto perché il romanzo di Eco - a quanto giurano ricerche statistiche in tal senso - detiene un singolare e poco invidiabile primato: sarebbe infatti il romanzo con il tasso di discrepanza tra acquisto e lettura più elevato, in altri termini la maggior parte di chi lo ha comprato o se l’è visto regalare ne avrebbe letto poche pagine o non l’avrebbe letto affatto. La seconda ragione investe l’approccio disincantato di Eco al materiale esoterico disseminato per il plot: come ha rivelato in una recente intervista lo stesso autore, il suo intento era dipingere chi crede a complotti misteriosi et similia come un credulone romantico nel migliore dei casi e un cialtrone criminale nel peggiore (“Io lavoro in una casa editrice e in una casa editrice vengono savi e matti. Il mestiere del redattore è riconoscere a colpo d’occhio i matti. Quando uno tira in ballo i Templari è quasi sempre un matto”, fa dire Eco a uno dei personaggi del romanzo). Terza e ultima ragione: Il pendolo di Foucault è ricco di spunti, di citazioni, di riferimenti, di interrogativi, di stimoli, di colpi di scena, di fascino: ma è anche ostico, verbosissimo, a tratti pedante, terribilmente ampolloso nello stile. Una lettura preziosa ed emozionante, intendiamoci - soprattutto in tempi nei quali certi temi erano ancora tutti da sdoganare (il romanzo è del 1988) - ma un po’ faticosa. E il grande pubblico voglia di faticare ne ha poca.




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