Il peso della neve

Il peso della neve

La piccola Ludovica è cambiata: da vivacissima bimba di sei anni piena di idee ed energia, con mille sfide da inventare e affrontare, un amore smisurato per il suo papà, ora appare strana agli occhi dei suoi genitori, Adriana e Giampiero, che la vedono aggirarsi per la casa nuova come un piccolo fantasma. Non è più lei, non ha più voglia di correre e appare meno affettuosa del solito, soprattutto nei confronti del suo adorato papà. Con quello che ha vissuto, alla sua età, non deve essere facile collocare tutta l’esperienza lasciata alle spalle al posto giusto e proprio per questo motivo i genitori non danno troppo peso a questo cambiamento di comportamento. Ma più di una volta la trovano in piedi, lì, silenziosa che li osserva e non dice nulla e soprattutto quando le dicono di raggiungerli lei sparisce lungo il corridoio di casa e se ne va senza una reazione. Ricordano però che appena ritornata a scuola con suo fratello, dopo quel terribile periodo vissuto, proprio in quel primo giorno, i due bambini sono stati coinvolti in una simulazione di evacuazione anti-terremoto e si erano spaventati tantissimo. Ludovica, soprattutto, era nervosissima. I genitori si rendono così conto di non aver mai parlato insieme di quanto è loro accaduto, della paura che fa ancora paura, dei pensieri e delle emozioni provate. Non hanno mai parlato, non si sono confrontati, non si sono spiegati e raccontati tra genitori e figli. Loro quattro sono tra i (pochi) superstiti della tragedia dell’Hotel Rigopiano...

Angoscia. È la sensazione che si prova dalla prima all’ultima riga di questo libro-terapia della famiglia Parete. Terapia perché consigliato dallo psicologo. E se è stato angosciante seguire la tragedia dalla tv e da Internet, in quei giorni di metà gennaio 2017, lo è ancora di più riviverla dal di dentro, sotto 120mila tonnellate di detriti, rocce, ghiaccio e neve, sentire le voci di paura, i lamenti dei feriti, i richiami di chi si cercava. Un mix di emozioni che ti serra il cuore e la gola, vivendolo attraverso i pensieri e gli occhi di una mamma terrorizzata, ferita, preoccupata per il figlio asmatico che stringe fra le braccia, angosciata per le sorti del marito, uscito fuori a prendere le medicine in macchina e per la figlioletta Ludovica che ha intravisto per un attimo, prima del crollo, nella stanza adiacente, quella del biliardo. E il cuore ti salta in gola a ogni nuova “scoperta” che lei fa con le mani, nel buio, tentando di reagire, di non farsi prendere dall’ansia per non consumare quel poco ossigeno misto alla polvere, ai vetri, ai cristalli di neve. Già la neve, una montagna di neve e poi scosse di terremoto fortissime e infine, come non bastasse, la valanga. E la cosa più terribile sono le parole di Giampiero Parete: “Da tutto questo ho imparato quanto è difficile svegliarsi ogni mattino oppressi dall’obbligo di ringraziare Dio, spaventati dalla prospettiva di incrociare lo sguardo di qualcuno che là sotto c’ha lasciato la madre o un figlio, oppure angosciati dall’unica, vera domanda che continuo a farmi ogni volta che ripenso a quella montagna: perché noi?”. C’è di che riflettere.



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