Il pianeta delle scimmie

Jinn e Phyllis, giovani amanti ricchi e sfaccendati, si dilettano spesso con delle crociere nello spazio. Possiedono una avveniristica navicella mossa da vele solari che grazie all’energia emessa dai tre soli del sistema stellare in cui si trova il loro pianeta d’origine consente loro di viaggiare a velocità folle oppure di restare fermi, come legati ad un filo invisibile. Sono le ore più dolci, passate da soli nel vuoto e nel silenzio assoluto. Durante una di queste pause romantiche, avvistano un piccolo oggetto alla deriva nello spazio: si tratta di una grossa bottiglia, con dentro un manoscritto. Recuperata la bottiglia, Jinn e Phyllis la aprono e iniziano a leggere il manoscritto. È redatto nel linguaggio della Terra, che Jinn conosce alla perfezione “per aver compiuto parte dei suoi studi su quel pianeta”. A scrivere è Ulisse Mérou, che afferma di essere partito dalla Terra nell’anno 2500 con due compagni “con l’intenzione di raggiungere quella regione dello spazio dove domina sovrana la stella supergigante Bételgeuse”. Un viaggio di 300 anni luce che durerà circa due anni, ma che li porterà – al loro ritorno – a trovare la Terra invecchiata di quasi 800 anni. A organizzare la spedizione il professor Antelle, progettista del vascello cosmico e finanziatore dell’impresa. A bordo oltre a Mérou (che di mestiere fa il giornalista) ed Antelle ci sono Arturo Levain, giovane fisico e discepolo del professore, e lo scimpanzè Ettore. Giunti al sistema di Bételgeuse, i viaggiatori scoprono quattro pianeti e decidono di atterrare sul secondo, molto simile alla Terra. Il pianeta risulta abitato: mentre la navicella scende Mérou nota una città (“larghe vie, case bianche con lunghi spigoli rettilinei”), ma l’atterraggio avviene in una zona isolata, una radura oltre una grande foresta. Indossati gli scafandri, i terrestri scendono sul suolo. Analizzano l’aria, che risulta respirabile. Liberatisi dei caschi, perlustrano i dintorni. Levain e Mérou scoprono nelle vicinanze una cascata che forma un laghetto, “una specie di piscina naturale orlata di rocce con spiaggette di sabbia”. Sulla sabbia notano con enorme stupore l’impronta di un piede umano…

Chissà cosa avrebbe pensato lo scrittore francese Pierre Boulle, celebre per il classico di narrativa bellica Il ponte sul fiume Kwai, se qualcuno gli avesse detto nel 1963 che quel romanzo satirico che aveva appena scritto, quasi un puro e innocuo divertissement, avrebbe dato vita a tre saghe cinematografiche distinte (delle quali una tuttora in corso), una serie televisiva, cartoni animati, fumetti e soprattutto avrebbe inciso talmente nell’immaginario collettivo da diventare iconico. Boulle non ci avrebbe creduto, e ad essere onesti forse non avrebbe avuto tutti i torti, dato che questo Il pianeta delle scimmie rappresenta poco più di un canovaccio con il quale nei decenni successivi – a partire dal magnifico lavoro di sceneggiatura fatto da Michael Wilson e Rod Serling per la prima riduzione cinematografica, quella diretta nel 1968 da Franklin J. Schaffer – altri autori hanno giocato per creare un’intricata storia di paradossi temporali, razzismo e distopia. Sul buffo pianeta Soror di questo romanzo, per capirci, non troverete l’oscurantismo religioso e l’antievoluzionismo contro cui lottano i Taylor, Zira e Cornelius del film con Charlton Heston, non troverete la Statua della libertà semisepolta dalla sabbia. Manca anche la circolarità del paradosso temporale che è alla base della saga anni ’70, mentre c’è il finale ripreso da Tim Burton nel suo sconclusionato reboot del 2001, peraltro elevato al quadrato grazie allo stratagemma narrativo del “message in a bottle” trovato da due alieni scimmieschi. Insomma: preso con le dovute precauzioni, Il pianeta delle scimmie di Pierre Boulle è un romanzo arguto e divertente. Se lo si legge con grandi aspettative e da fan del franchising, è una delusione agghiacciante.



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