Il pianeta di Mr. Sammler

Il pianeta di Mr. Sammler
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Artur Sammler si sveglia all’alba e guarda la montagna di carta e di libri nella sua stanza nel West Side, a New York. È anziano ormai, ha più di settanta anni ed è quasi completamente cieco dall’occhio sinistro. Colpa di un calcio di fucile nazista, sull’orlo di una fossa comune. È in evidenti ristrettezze economiche, anche se riesce ancora a sbarcare il lunario dando qualche lezione alla Columbia University. Sono già passati venti lunghi anni da quando è emigrato dalla Polonia dopo essere sopravvissuto alla Shoah, ma ancora non si è abituato agli Stati Uniti. Prova sempre una certa insofferenza per questa gente, un sentimento che oscilla tra la misoginia e l’indifferenza. Come quando osserva il solito borseggiatore di colore molto elegante che prende il solito autobus la mattina. Lo osserva, ma non gli importa di quello che fa. Non comprende questi “figli dei fiori” e non capisce questa nuova figura di ebreo, come suo genero che vive con un piede nel passato e uno nel futuro. Lui decisamente vive nel passato, di ricordi di quando è stato partigiano in Polonia e della gloria della Guerra dei Sei Giorni in cui Israele e la nazione ebraica hanno stupefatto il mondo. Per questo si rifugia sempre di più nelle letture sulla mistica del 1200, lontano dal mondo esterno. L’unico che sembra comprenderlo è suo nipote chirurgo, Elya Gruner…

Il pianeta di Mr. Sammler è un autentico capolavoro di Saul Bellow del 1970 che ha vinto il prestigioso National Book Award per la narrativa l’anno successivo. Il premio Nobel per la Letteratura 1976 ci fa dono di una gemma con echi di Dostoevskij e dell’Ulisse di James Joyce, il tutto con un inconfondibile retrogusto yiddish, vero e proprio marchio distintivo dell’autore statunitense. Il protagonista si perde nelle sue riflessioni quotidiane sulla metafisica e sull’epoca, in un contesto così particolare come la fine degli anni Sessanta negli Stati Uniti. Non manca in questo processo di analisi il gusto per il paradosso e il fine humour di chiara matrice ebraica. Proprio per questo motivo, almeno all’inizio, la storia è di difficile lettura e comprensione dato che non segue un filo narrativo preciso ma è piuttosto un insieme di visioni del protagonista, quasi fossero delle allucinazioni. Un romanzo-non romanzo rivoluzionario e controcorrente per l’epoca di stesura che con la sua ironia dissacrante e scorretta nei confronti della supremazia dell’intelletto pone al centro della scena nuovamente l’anima e il suo retaggio antico.



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