Il pianeta mangiato

Il pianeta mangiato

Dal rapporto FAO The State of Food Insecurity in the World 2015 emergono dati a dir poco preoccupanti riguardo alla salute umana e del nostro pianeta. Sono quasi 800 milioni le persone cronicamente denutrite, di contro almeno 600 milioni gli obesi in un mondo in cui paradossalmente muoiono più persone per patologie collegate a sovrappeso ed obesità che non per la fame. Una superficie extraeuropea ben più grande dell’Italia viene utilizzata per produrre cibo per noi europei e in zone dove (altra contraddizione) è altissima la percentuale di morti per denutrizione; ma allo stesso tempo noi contribuenti continuiamo a garantire con le nostre tasse i sussidi agli agricoltori europei. È chiaro che qualcosa in questo meccanismo non funzioni. E questo succede, da anni, mentre ettari di foresta scompaiono (gran parte convertiti a colture agricole o pascoli), l’agroindustria (dove per agroindustria si intende agricoltura, allevamento, industrie di sementi e fertilizzanti, industria di trasformazione) continua a pesare in maniera preoccupante sul riscaldamento globale, e mentre oltre tremila km cubi all’anno di acqua dolce se ne vanno per l’agricoltura. Da decenni si parla di questi problemi, dell’esaurimento delle risorse non rinnovabili, dell’effetto-serra, di un sistema di distribuzione delle risorse che affama milioni di persone contro una sovrapproduzione che ci fa “letteralmente scoppiare e ammalare”. E allora la domanda che dobbiamo porci è: “possiamo ancora permetterci il modello agroindustriale oggi dominante?”...

Laureato in Scienze Agrarie e con anni di esperienza nel settore agroindustriale in qualità di dirigente di livello internazionale, Mauro Balboni offre un’analisi lucida, accurata e documentata di quello che è l’attuale modello dominante. Un modello chiaramente ormai insostenibile basato sul mito che l’agricoltura sia di per sé stessa buona, mito alimentato da tutta una “narrativa del cibo” che negli ultimi decenni gli è stata cucita addosso. Messaggi accattivanti e costruiti ad hoc sulle “vecchie e sapienti tradizioni” che fra Nonna Papera e un mulino ad acqua, fra vallate di grano, papaveri e fiordalisi (sfido ancora a trovarli in un campo di grano!) e vallate verdi probabilmente disegnate al computer, ci hanno resi schiavi e affezionati clienti di un modello che in realtà causa danni irreparabili. La verità non sono i campi sterminati di grano né le mucche felici di essere munte; la verità è che stiamo andando nella direzione sbagliata e troppo velocemente. Tre degli otto Limiti Planetari (quelli che segnano l’inizio della fine, per intenderci) sono già stati superati: quello del Cambiamento Climatico (inteso come concentrazione atmosferica di CO2), quello della Velocità di Estinzione delle Specie Viventi e quello del Ciclo dell’Azoto. Sugli altri cinque siamo pericolosamente vicini alla soglia limite. La verità è che l’agricoltura ha iniziato a denaturalizzare il pianeta sin dalle sue origini, già solo con le falciature spesso fatte nel pieno delle fioriture con grave danno alle api ed agli insetti impollinatori o con i cicli fertilizzanti che, aggiungendo un surplus di azoto, hanno favorito la crescita di piante nitrofile a scapito di altre. Il modello attuale che affama e impoverisce sterminate zone del Sud America per la coltivazione di soia (destinata quasi interamente alla produzione di mangimi animali) o palma da olio; che rischia di prosciugare le riserve idriche dell’Etiopia per le piantagioni di canna da zucchero e di cotone; che ci istiga a produrre e consumare sempre maggiori quantità cibo a “energia densa” (sovraccaricato cioè di zuccheri, sali e grassi che ne aumentano l’appetibilità e pare – in base ad uno studio di laboratorio sui topi – addirittura a stimolare nel cervello umano il bisogno di consumarne di più); tutto questo sistema ci sta portando sull’orlo del baratro. Ed oltre ad essere un modello insostenibile dal punto di vista ambientale lo è anche dal punto di vista etico. Mauro Balboni non offre facili soluzioni, se non alcuni punti chiave dai quali ripartire: assumere meno cibo e di buona qualità; dimezzare il consumo europeo di proteine animali (e se necessario anche attraverso un’azione normativa in tal senso), agire sulle colture (riso, soia, palma da olio) a forte impatto climatico. E progettare un futuro diverso anche attraverso quelle che al momento potrebbero sembrare provocazioni culturali (agricoltura urbana, allevamenti semibradi in pascoli alberati seminaturali, solo per citare due esempi) ma che potrebbero essere il salvacondotto per attraversare quasi illesi questa nuova era antropocentrica.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER