Il pianto dell’alba

Il pianto dell’alba

A lungo Ricciardi non ha fatto che chiedersi se Enrica si meritasse di vivere insieme a lui il Fatto, la sua maledizione, la capacità di vedere i morti (di morte violenta) nell’ultimo istante della loro vita e di sentirne le ultime parole. A interrogarsi se fosse giusto chiederle di divedere con lui la vita e questo peso, col rischio che possa ricadere sui loro figli. Si è risposto di sì. Ha deciso di correre il rischio, almeno. Ora da circa un anno lui è sposato con quella donna che ama follemente, con quella ragazza normale che per anni ha spiato dalla finestra, ricamando sul loro futuro come lei ricamava la biancheria. Quella donna che a breve, brevissimo, darà alla luce la loro creatura, incurante di qualunque maledizione possa gravare su di loro, felice finalmente nel vivere quello che anche lei ha tanto sognato, senza che nessun dubbio l’abbia mai fatta vacillare. Hanno i loro piccoli riti, quelli che li fanno sorridere per tutta la giornata, come un saluto dalla finestra prima che lui giri l’angolo per andare al lavoro e lei si sottoponga volontariamente e felicemente al rigidissimo controllo di Nelide - che ormai ha preso pieno possesso del ruolo che fu di tata Rosa - monolitico angelo custode del barone, della baronessa e della loro serenità. Quella domenica mattina di luglio del 1934, dopo un ultimo sguardo all’adorata Enrica, immerso nello stupore semplice della gioia, Ricciardi, girato l’angolo di Sant’Anna dei Lombardi, inaspettatamente vede il brigadiere Maione con una giovane donna in lacrime. È Clara, la cameriera di Livia Vezzi, disperata perché attirata con un tranello fino al suo paese, al ritorno ha trovato la cantante profondamente addormentata, al punto di non riuscire a svegliarla con a fianco il maggiore Manfred von Brauchitsch, palesemente indiscutibilmente ucciso da un colpo di pistola in testa, una pistola che è a pochi centimetri dalla mano di Livia…

“Considerate adesso un colpo di vento. Consideratelo nel momento della sua nascita, in una terra remota, ignaro della strada che dovrà percorrere, fatta di notte e di mare”. Non uso quasi mai frasi dei romanzi nelle mie recensioni, ma credo che questo sia uno degli incipit più belli che siano mai stati scritti, dà subito un’idea di cosa aspetti il lettore che si accinge a salutare il commissario tanto amato. Annunciato da tempo, è infatti infine arrivato l’ultimo capitolo, il più dolce per quanto riguarda la storia del barone di Malomonte, struggente quasi come Il giorno dei morti, doloroso come una stilettata che speri non arrivi e invece eccola. Contemporaneamente il libro è anche uno dei più duri per quanto concerne l’indagine: un caso quello del maggiore tedesco, probabilmente una spia, che Ricciardi, pur essendo intervenuto quasi nell’immediato, viene “invitato” a lasciar perdere, non è di sua competenza. Poco, anzi nulla conta che Livia sia una sua amica, fondamentale negli ultimi anni, nel bene e nel male, che lui sappia con certezza che quel colpo di pistola che ha ucciso l’unico uomo che avrebbe potuto portargli via Enrica non può averlo sparato Livia. La polizia politica non va per il sottile. Non ci va leggero nemmeno Maurizio de Giovanni, né con l’indagine, né con la storia personale. Che giunge a un epilogo quasi scontato, che ha scontentato tanti lettori ma che a ben guardare non poteva che essere quello che l’autore ha scritto. Impensabile portare avanti un personaggio del genere durante la guerra, sarebbe impazzito sul serio, schiacciato dalle sue visioni. Non è comunque una porta chiusa questo romanzo, intriso di dolore ma anche di speranza di un futuro che chissà, potrebbe anche tornare a raccontarsi per noi. Un’uscita di scena che solo la mano di de Giovanni poteva scrivere con tanta delicatezza, una vagonata di dolore che in qualche modo, con qualche risata e la sicurezza che comunque Bambinella tornerà a parlarci di loro, diventa lieve. Come la malinconia che può dare la luce dell’alba.



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