Il picciotto e il brigatista

Il picciotto e il brigatista

Anni Settanta. Anni di piombo. Nel carcere di Cuneo Francesco, pedina marginale delle Brigate Rosse, incontra Vincenzo Gentiluomo, giovane e rampante esponente della mafia siciliana. In carcere non è mai facile stringere amicizia da subito. A favore della diffidenza giocano il sospetto, il timore per le spie sparse di cella in cella. Con lentezza e determinazione la ritrosia iniziale viene meno: tra Francesco e Vincenzo si instaura qualcosa che, per quanto non si possa propriamente chiamare amicizia, ha quel sapore di complicità che la vita carceraria amplifica ed approfondisce. Francesco non ha nessuno lì fuori, a parte il padre che di tanto in tanto va a fargli visita forse con quello scrupolo nella coscienza di essere stato lui, con i propri discorsi, ad instradare il figlio verso la direzione del terrorismo (di cui Francesco non abbraccerà mai la matrice violenta). Vincenzo, invece, ha la sua amata Rosaria ed il loro piccolo Tanino, frutto di un amore tanto contrastato quanto profondo, puro e genuino: un amore incrollabile anche davanti alle più abiette umiliazioni, anche davanti alle situazioni per le quali sembra non esservi riparo. Nelle occasioni in cui è loro possibile chiacchierare, entrambi provano a capire le ragioni che li hanno spinti nell’onorata società e nelle Brigate Rosse. Provano ad andare oltre l’onorata società e oltre le Brigate Rosse, oltre le loro ragioni, oltre i loro schemi, oltre i loro riti di iniziazione: pungersi o bruciare le carte d’identità avrà lo stesso identico significato; lo stesso detestabile valore. Il carcere duro fatto di botte, soprusi, privazioni, annichilimento offre a Francesco e Vincenzo quegli spunti per fare luce sulle rispettive esistenze e per buttare sul tavolo la più grande e la più umile delle scoperte: ognuno, radicato nelle proprie convinzioni, si sceglie la propria verità che nel caso del picciotto e del brigatista convergeva repentinamente, seppure con motivazioni e principi differenti, nella lotta contro lo Stato. Se Vincenzo, con la crudezza di chi si è già macchiato le mani di sangue, fa aprire gli occhi a Francesco sul panorama fetido ed omicida della violenta evoluzione brigatista; da parte sua Francesco offre in cambio a Vincenzo la possibilità di salvare quello che restava della sua vita di cittadino, i principi della democrazia, il bello dell’uguaglianza, la cattiveria del potere concentrato che la mafia considerava uno status di cui vantarsi. Nello scontare le loro pene, saranno testimoni imprescindibili delle trame oscure che hanno fatto convergere mafia, Stato e terrorismo politico; proveranno sulla propria pelle i rigidi codici comportamentali imposti nelle carceri; vivranno il carcere duro, la detenzione a regime speciale; saranno la dimostrazione vivente dell’arco teso tra i fenomeni politici esterni e le conseguenze interne alle galere. Ma saranno anche i protagonisti indiscutibili della possibilità di riscattarsi da una vita sbagliata…
Un romanzo così intenso che scivola via veloce con una narrazione poeticamente asciutta ed emotivamente stimolante. Per quanto tutto possa sembrare lontano e per quanto paradossale che un brigatista ed un mafioso possano stringere una sorta di patto e addirittura costituire commissioni di controllo in carcere per l’autodisciplica dei detenuti e poi fomentare anche le proteste per il miglioramento della vita carceraria il picciotto e il brigatista  prende piede da un fatto di cronaca realmente accaduto durante quegli anni bui della Repubblica e ricostruito attraverso le interviste degli autori ad Alberto Franceschini, fondatore, assieme a Curcio delle BR e a Gaetano Costa, collaboratore di giustizia. Il tentativo che si stava cercando di portare avanti in quegli anni era di uccidere molti brigatisti in galera per mano dei detenuti siciliani, i quali avrebbero dovuto eseguire gli ordini imposti dai loro capi ed invece gli si rivoltarono contro scegliendo di combattere la mafia e non i loro compagni di prigionia. Fatti cruciali che hanno aperto la stagione del pentitismo e della dissociazione e che hanno scoperchiato i ruoli torbidi di alcuni apparati statali nella lotta al terrorismo mafioso e politico.

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