Il poliziotto di Shanghai

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Nella Cina della Rivoluzione Culturale erano molto frequenti le cosiddette “critiche rivoluzionarie di massa”. Di che si trattava? Chi – per motivi più o meno sensati, a volte del tutto incomprensibili o arbitrari – era definito “nemico del popolo” veniva fatto salire su un palco con al collo una lavagna con scritto il suo nome e qui veniva insultato e dileggiato da colleghi e/o passanti. Volavano urla, sputi, a volte botte, che i malcapitati dovevano accettare a capo chino pena conseguenze assai peggiori. Malgrado il padre di Qiu Xialong lavorasse come semplice operaio già da anni nella piccola fabbrica di profumi che una volta possedeva e che gli era stata requisita dai maoisti, subiva spesso umiliazioni del genere e veniva costretto a scrivere di suo pugno “dichiarazioni di colpevolezza” che lo occupavano più sere alla settimana. Avendo subito un distacco della retina, l’uomo – definito dal regime “mostro nero” malgrado non avesse mai fatto del male a nessuno – era stato ricoverato in ospedale ma mentre era in attesa dell’intervento chirurgico era stato denunciato da un altro malato perché “invece di pentirsi del suo stile di vita borghese va avanti imperterrito a vantarsene: parla infatti come se soltanto lui fosse capace di preparare il latte in polvere da bere”… Il giovane Chen Cao, laureato in Lingue assegnato d’ufficio (senza possibilità di rifiuto) al Dipartimento di polizia di Shanghai, passa le giornate seduto a un tavolinetto traballante in una piccola sala lettura, a tradurre in cinese un manuale di procedura penale americano, l’unico compito adatto alla sua preparazione che i suoi superiori sono riusciti a trovargli. Svogliato e lento, guardato con scherno dai colleghi poliziotti, il ragazzo è solito anche leggere libri durante l’orario di lavoro: quando sono gialli si inventa la scusa che possano contenere metodi investigativi da imitare, in altri casi non ha nemmeno quella. A mensa siede quasi sempre accanto al dottor Xia, un medico che lavora alla Scientifica ed è ormai alla soglia della pensione, come Chen Cao appassionato di cucina. Un giorno Xia racconta al giovane poliziotto/bibliotecario di aver rinvenuto, durante l’autopsia, nello stomaco di un cadavere dall’identità ignota un bizzarro mix di cibi raffinati: caviale, pinne di pescecane e gamberetti marinati…

Tra il 2014 e il 2015, Qiu Xialong soggiorna a San Francisco, cercando tra le altre cose di venire a capo del decimo libro della serie dedicata a Chen Cao, che trova molta difficoltà a finire di scrivere. Non si tratta di una nuova indagine dell’ispettore della polizia cinese più amato dai lettori di tutto il mondo, ma di un prequel in cui lo scrittore ha intenzione di raccontare “le origini del personaggio” – per mutuare un gergo fumettistico – il suo passato, i suoi esordi insomma. “(…) Anche se avevo rivisto e revisionato la scaletta di continuo, il libro si rifiutava di coagularsi in un insieme organico”. Un pomeriggio, mentre beve il tè, si sorprende a pensare a una domanda apparentemente innocua che gli ha posto suo fratello Xiaowei, che Qiu Xialong è andato recentemente a trovare in ospedale in Cina: “Come mai hai cominciato a scrivere romanzi polizieschi?”. Gli tornano alla mente tante pagine felici e infelici del suo passato, del suo percorso di essere umano: non esiste una risposta semplice e univoca alla domanda di Xiaowei, come non esiste un unico motivo per cui Chen Cao – che ama la poesia e la gastronomia e vuole fare il traduttore – sia diventato l’ispettore Chen. Le risposte sono complesse, articolate. Entrambe. E probabilmente sono anche legate tra loro. Perché quindi non parlare sia di Qiu Xialong che di Chen Cao nel romanzo? Nasce da questo ragionamento Il poliziotto di Shanghai, il più insolito dei libri della serie, eterogeneo e malinconico, in cui una vita vera e una immaginaria si alternano e si intrecciano fino a confondersi: metà pamphlet politico e metà giallo classico, racconta più dell’autore che del suo personaggio, aiutando i lettori forse ancora di più che con un semplice prequel a comprendere il background umano e culturale del loro eroe. Il plot giallo vero e proprio ne soffre un po’, ma chi se ne importa.

LEGGI L’INTERVISTA A QIU XIAOLONG



 

 

 

 
 
 
 

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