Il popolo di legno

Il popolo di legno

Il Topo non riesce a ricordare il momento in cui ha stabilito che in futuro sarebbe diventato un prete. Quello che ricorda bene, invece, è la sensazione ‒ sempre più forte via via che si trasforma in adolescente ‒ di dover lottare contro il tempo. A parte la nonna non ha nessuno al mondo, è povero, frastornato da innumerevoli rabbie, da pulsioni senza nome da addomesticare, indirizzare. Se non sai a che scopo destinarlo, d’altra parte, un talento è solo un inutile fardello che si aggiunge agli altri. Ha capito benissimo, fin dai tempi della scuola elementare, di possedere un potere. Non la bellezza, che può suscitare fedeltà tenaci e condurre chi la subisce fino alla pazzia e al delitto ma è un’arma che si spunta facilmente, un fuoco che arde rapido, consumato dall’abitudine. Invece ha detto bene la nonna, con orgoglio e timore: quello che lui ha negli occhi è “un diavolo”. Persuade e lega, come un giuramento silenzioso e inesorabile, formulato una volta per sempre molto al di sotto, o al di sopra, della coscienza. Basta guardare qualcuno con un certo grado di intensità. Fissandosi allo specchio, il Topo stesso riesce a percepire l’indefinibile vibrazione di quel fascino che non ha ragione di esercitare su di sé. A parte la nonna, con i suoi rosari e la sua pensione, il suo speciale carisma è l’unica ricchezza che ha, e non la spreca mai per vanità o curiosità. Non c’è peggior morto di fame del cacciatore che accumula prede senza sapere cosa farsene. Una volta che il Delinquente, in una delle sue smanie di elevazione culturale, lo ha portato a vedere un film su Don Giovanni, ha provato un amaro disprezzo per quel povero idiota infiocchettato, schiavo della sua fortuna. Quando ripensa alle persone che ha soggiogato, il Topo prova il legittimo orgoglio di chi riconosce, nell’apparente disordine delle circostanze, il filo d’oro della necessità…

Emanuele Trevi, critico e scrittore, giornalista, saggista (sua, per dire, la bellissima, profonda, sentita e dotta prefazione a una ormai datata edizione di uno dei più importanti e struggenti libri della letteratura italiana novecentesca, ossia Il mio Carso di Scipio Slataper), editor, romanziere ed ex direttore creativo di Fazi insieme ad Arnaldo Colasanti, descrive in questo romanzo che si legge con grande facilità ed estremo trasporto e divertimento nonostante presenti numerosi accenti cupi, dolorosi e amarissimi, e sia costruito in maniera complessa e articolata, ma al tempo stesso anche raffinata, suggestiva e intrigante, la storia del Topo. Lo chiamano così da sempre, e si sa che i soprannomi, specie nei piccoli centri, nelle località più isolate, hanno una potenza comunicativa molto più forte e significativa del nome vero e proprio. Il Topo è calabrese, ma in realtà non c’è nulla di veramente riconoscibile in senso stretto nella caratterizzazione degli ambienti di questa storia: così come del resto in quella dei personaggi, che pure è vividissima. Ciò perché la prosa solida, affilata ed evocativa di Trevi, benché ancorata alla realtà, o perlomeno a una realtà, si muove su un livello che è allegorico, psicanalitico e satirico, piacevolmente franco, più che cattivo, politicamente scorretto, scabro. Il Topo infatti è un fascio di nervi che ammalia, irresistibile e miserabile, il prossimo suo, sposato con la felliniana ma poco brillante Rosa e amico del Delinquente, fragile e sottomesso direttore artistico di Tele Radio Sirena che gli affida un programma, Le avventure di Pinocchio il calabrese, in cui pontifica senza freni rivolgendosi al “popolo di legno” che pensa ancora di poter migliorare la propria vita, una masnada di illusi che è icastico ricatto dell’umanità soffocata dal senso di colpa ma di base del tutto inetta.



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