Il porcospino

Il porcospino
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Il vecchio Stoyo Petkanov guarda dalla finestra della stanza dove viene detenuto, arriva fin sul bordo della riga entro la quale gli è consentito sporgersi e guarda la città. Attende senza paura di essere condotto davanti alla Corte suprema per essere giudicato da una giuria che lo accusa di aver condotto il Paese allo sfascio. Il nuovo governo, che si definisce democratico, ha incaricato Peter Solinsky, un giovane docente di giurisprudenza e figlio di una delle vittime epurate da Petkanov, di condurre il processo, che verrà denominato Procedimento Penale Numero 1 e trasmesso in diretta televisiva. E se il popolo di questo non meglio precisato Paese dell’Est europeo vorrebbe che il Presidente destituito fosse chiamato a rispondere dei reati di omicidio di massa e tortura, il giovane Solinsky non può che, mancando le prove, incentrare il processo su reati minori. L’evento, iniziato il 10 gennaio, si trasforma però in una sorta di farsa. Solinsky si ritrova a dover fronteggiare un uomo tutt’altro che sconfitto, sicuro di sé, ancora capace di trasformare un’arringa del Pubblico Ministero nell’accusa del prigioniero di aver venduto ai capitalisti americani un Paese che, oramai unico, ancora credeva ai saldi principi di un comunismo sovietico che persino Michail Gorbačëv aveva svenduto agli americani. Così come l’idea di libertà e di democrazia vacilla sotto alle parole pesanti dell’ex Presidente, anche la vita privata di Peter Solinsky entra in crisi e si sgretola mano a mano che il procedimento prosegue. Il popolo resta a guardare, affamato e prostrato da una transizione democratica che sembra solamente accrescere i loro problemi…

Il porcospino che dà il titolo al libro è l’immagine perfetta dei due contendenti che si fronteggiano dentro l’aula del tribunale. Lo è Solinsky, quando il processo ha inizio, pronto a pungere l’avversario con gli aculei della democrazia e della libertà, che però resta ancora sulla carta; lo è Petkanov, quando si difende e nello stesso tempo attacca il nemico, ferendolo gravemente. Le due parti si scambiano le sembianze dell’animale e se il lupo è l’emblema del predatore che gioca in borsa, il porcospino è l’animale adatto a rappresentare il combattimento politico. Ciò che colpisce è la sensazione di precarietà di una libertà e una democrazia che dovrebbero esplodere come un fuoco in mezzo al gelo, in uno stato dell’Europa orientale immerso in una stagione invernale che pare senza fine. Il romanzo di Barnes è un manifesto satirico ‒ e per questo maledettamente serio ‒ che racconta di un popolo prostrato da un regime, da un’ideologia e poi investito da un cambiamento al quale nessuno era preparato, nemmeno chi quel cambiamento lo ha organizzato, destituendo il precedente timoniere. Tutto resta sulla carta, i benefici non si manifestano, gli scaffali dei negozi restano vuoti. La narrazione scorre su due piani sfalsati: quello sfocato e più ampio di un paese soffocato dal niente politico e quello di due uomini che si fronteggiano, delle loro vite in bilico sin dall’inizio del Procedimento Penale 1. Un libro che non si abbandona facilmente e che lascia l’amaro in bocca perché mostra plasticamente lo scollamento tra ideologia e realtà, tra convinzioni personali e bene comune.



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