Il potere dei re

Il potere dei re

I governi e gli Stati esistono da millenni, ma all’inizio erano tutti di derivazione ultraterrena, celeste. Le prime comunità non avevano una capillare organizzazione politica, la loro vita era inglobata in una precisa cosmologia retta da autorità metaumane – dei, fantasmi, spiriti – dotate della facoltà di dispensare benefici e castighi. Gli uomini gradualmente usurpano tali regimi celestiali fondando un potere personale nel quale il sovrano diventa incarnazione della divinità. La regalità ha una duplice natura, divina e umana. Il re in quanto essere trascendente è “il principio costitutivo della società”, la governa senza farne parte, e può usare una violenza arbitraria, simbolo della sua superiorità e della sua capacità di ripristinare l’ordine sul caos. Meccanismo piuttosto evidente nei nilotici Shilluk, dove il capo, il reth, si identifica ritualmente in Nyikang, lo spirito fondatore della nazione in grado di risolvere i conflitti interni ed esterni. Il re, inoltre, è per lo più “straniero”, colui che “viene da altrove”. Può essere un principe turbolento desideroso di conquistare nuove terre, oppure una figura magica scelta, per la sua forza sovrumana, da un’etnia come proprio capo. Il suo insediamento porta a un bipolarismo sociale – nativi, proprietari delle terre, aristocrazia straniera, detentrice dell’apparato amministrativo – su cui si sviluppano i regni africani o aztechi. Ma in questi sistemi dove termina il mito e inizia la storia?

Ogni Stato è una forma di potere con cui si deve convivere, ma come il potere nasca e si produca è qualcosa di nebuloso. Al centro del lavoro di David Graeber e Marshall Sahlins vi è l’origine della regalità analizzata nei popoli premoderni, dagli Shilluk alle tribù del Congo, dai Mexica alle comunità del Madagascar Centrale. La loro ricerca si basa su un relativismo prospettico, agli antipodi dell’etnografia classica, che studia le connessioni tra tradizioni mitiche e contesto storico. Lo si può notare da alcuni procedimenti metodologici, per così dire eterodossi, che ricorrono puntualmente nella loro trattazione: collegare cosmologia e storicità degli eventi, il simbolico e il reale, il centro e la periferia dei regni, politica e religione, partendo dal presupposto che sono i re imitazione degli dei e non viceversa. I due antropologi, attraverso un’ampia e minuziosa documentazione, riescono a dimostrare come all’interno di una visione celestiale vi sia un’elaborata e organica struttura politica, fatta di relazioni sociali e di processi produttivi. Il potere dei re è un’opera di notevole rilevanza sia per conoscere la fenomenologia del potere nel passato sia per avere chiavi di lettura del presente, attraversato dalle tentazioni sovraniste dell’uomo forte (il “re straniero”) capace di risolvere ogni tipo di crisi, come i Putin e i Trump insegnano. Un saggio che per intensità ermeneutica e metodologia storica segna in modo indissolubile la ricerca antropologica contemporanea.



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