Il prete ebreo

Il prete ebreo

Miriam riceve in dono una vecchia scatola di legno magnificamente istoriata, con la parola Jerusalem scritta sul bordo inferiore. Nello stesso plico della scatola, un portagioie, una chiave. Alcune musicassette. Miriam infila la chiave nella toppa e la scatola si apre. Suo zio, Simone. Tono convulso, lingua francese, interruzioni, fruscii. Cumuli di pietre, depositi di mattoni, cave di calce, vita come cantiere, parole lasciate in eredità. Simone nasce in Romania. A Suceviţa c'è un monastero dove si rifugiano le ragazze in gravidanza, come Sara, che partorisce due gemelli, lasciandoli alle cure di suor Teofania, alla mămăligă e al cozonac, al freddo e ai tappeti della stanza di lei. Figlio di molte madri, Simon, e di nessun padre, viene adottato, portato a Lione, in Francia. Marguerite e Leon i nuovi genitori, lui tutto preso dagli affari, lei fredda e distante, cattolica risentita del fatto che quel bambino piombato in casa loro abbia origini ebree. Simone viene battezzato. Circonciso e battezzato. Nascosto, respinto. Nasce Josephine, e Simone diventa un ingombro, spesso messo in punizione, mal sopportato. Poi il seminario, le prime avvisaglie della guerra. Josephine scompare, il padre la riconosce morta alla Morgue. Simone diventa parroco di un piccolo paese di campagna, poi frate francescano. Sulla sua strada, a Roma, incontra Madame Dupont, con la quale comincia a passeggiare e visitare monumenti. Un giorno, un caffè insieme, Madame Dupont si rivela come Josephine…

Una scatola, un passato, il racconto, con questa semplice cornice comincia il romanzo di Mariastella Eisenberg attraverso la Seconda guerra mondiale, raccontato dalla voce di Simone – roca e frusciante di una musicassetta, voce di vecchio, stratificazione di racconti in limine vitae, pensieri confusi e disordinati – di un uomo in ricerca di sé, di tracce di identità, prete ed ebreo, ebreo dentro un confessionale e poi frate dopo una breve parentesi partigiana. A Roma, sulle tracce della Bibbia di Lione, riscopre l'affetto e il legame con Josephine. E la voce di Josephine a intrecciarsi nel racconto, a narrarsi come Simone e a donare parole di vissuto a Miriam, che raccoglie e compone a sua volta. E poi mani di madri, mani che accudiscono, mani nel ricordo, l'odore buono di Tatiana e quello d'oltralpe di Antoniette: braccia che Simone ricerca. “La memoria è utile a rielaborare costantemente il vissuto pensando al domani”, non uno scrigno – una scatola in legno d'ulivo – ma miniera “da cui dissotterrare il carbone per dare luce e calore al presente”. Mariastella Eisenberg, nata a Napoli, è figlia di una pianista e insegnante napoletana e un medico ebreo rumeno di etnia tedesca riparato in Italia a seguito delle leggi razziali. Per Spartaco ha già pubblicato il romanzo Il tempo fa il suo mestiere.



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