Il primo giorno del resto della mia vita

“Noi russi non viviamo oggi, noi viviamo sempre ieri o domani”. Mosca 2005. Lo scrittore ed ex dissidente Jurij Družnikov, in città per incontrare un editore, si imbatte apparentemente per caso in un suo vecchio compagno di scuola, Valovityi. L'uomo, figlio di un importante funzionario della Ceka, la polizia segreta sovietica, è diventato a quanto pare dirigente dell'impenetrabile archivio presidenziale russo, e fa a Družnikov una strana proposta: dare un'occhiatina ai documenti personali di Stalin, in particolare al faldone che contiene il fascicolo sulla Stella del Generalissimo, un'onoreficenza militare dalla dubbia esistenza disegnata a quanto pare proprio da Stalin. Come ha fatto Valovityi a sapere che si tratta proprio di quello che più interessa lo scrittore? Non si sa. Quello che è certo è che - mentre Valovityi si sollazza con una militare dalla sessualità aperta - Družnikov scopre particolari inediti e appunti manoscritti del feroce dittatore georgiano che aprono una nuova prospettiva su quel curioso episodio storico. La mattina dopo lo scrittore viene contattato dal generale dell'FSB (ex KGB) Tepluskin, che è già a conoscenza dell'exploit notturno dello studioso e – un po' ricattandolo un po' blandendolo – gli fa sapere che il Presidente russo Putin ha dato incarico all'FSB di recuperare la Stella del Generalissimo, finita chissà dove, e che Družnikov è considerato una pedina preziosa in questa ricerca. Mosca 1945. Josef Stalin ha appena vinto la guerra e sbaragliato Hitler, ma è un uomo stanco, logoro, paranoico. Commissiona ai capi del suo Stato Maggiore piani di invasione del'Europa occidentale (in quattro giorni i carrarmati sovietici sarebbero in Portogallo, giurano i generali), teme attentati alla sua vita, passa il tempo nella sua dacia di campagna a dormire e firmare carte. Per risollevarsi e galvanizzare il suo popolo stremato dalla guerra si assegna da solo la carica di Generalissimo, che nella storia è appartenuta a un numero molto ristretto di condottieri, e quando viene a sapere che lo sceicco del Kuwait Ahmed ha la mania di collezionare distintivi militari decide di farne realizzare uno in copia unica da cedergli (in aggiunta a una squadra di concubine russe dalle doti sensazionali, s'intende) in cambio del'influenza sulla zona del Golfo Persico, ritenuta da lui a ragione preziosissima dal punto di vista strategico a causa della ricchezza di petrolio...
Storia, spionaggio, fantapolitica (ma Družnikov giura nella “Premessa inevitabile” che apre il volume che tutti gli eventi raccontati sono autentici e lui si è solo limitato a cambiare i nomi dei personaggi coinvolti per cautelarsi) ma soprattutto satira nell'ultimo romanzo – ultimo letteralmente, ahinoi – dell'autore di Angeli sulla punta di uno spillo, scomparso recentemente per una brutta polmonite. Satira nel senso etimologico del termine, nell'accezione latina, quella per intenderci di Orazio, Lucilio, Giovenale: virulenta e grottesca, che lancia uno sguardo divertito e dissacratore ma scevro da qualsiasi moralismo censorio alla tragicommedia della realtà. Nello splendido canto del cigno di Jurij Družnikov - uscito in Italia in anteprima mondiale per espressa volontà dell'autore, molto colpito dall'attenzione che la Barbera e il nostro pubblico hanno dedicato negli ultimi anni alla sua opera – la tradizione satirica classica si fonde all'approccio che fu di Bulgakov, di Gogol, di Bunin, e – lontano dalla Grande Madre Russia – di Kurt Vonnegut jr.: il tutto a innervare una spy-story intrisa di cultura pop (quella riguardante l'iconografia sovietica, ovvio) e ritmo da vaudeville. Il memorabile risultato di una così complessa opera di ibridazione culturale è uno dei romanzi più divertenti e affascinanti dell'ultimo decennio. Ci mancherai, Jurij.

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