Il processo

Il processo
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Sono già le 8 passate ma Anna, la cuoca della sua padrona di casa, la signora Grubach, non gli ha ancora portato la colazione come fa tutte le mattine. Strano. Il tranquillo dirigente bancario trentenne Josef K. è perplesso. La sua perplessità diventa costernazione quando in camera sua fa irruzione un tipo con un vestito nero attillato: invece del caffellatte gli porta una notifica di arresto. Con quale accusa? Non è dato saperlo. Assieme al misterioso funzionario ci sono due altri individui (guardie?) dall'aria sgradevole, che si ostinano a deridere K. e a rispondere picche alle comprensibili richieste di spiegazioni da parte del poveruomo, ancora in pigiama e terrorizzato da ciò che potranno pensare di lui la signora Grubach e l'altra giovane inquilina della casa, la signorina Bürstner. Imprevedibilmente, l'arresto di K. è solo virtuale: l'uomo è libero di andare al lavoro e di vivere la sua vita come se nulla fosse, in attesa di una convocazione per la prima udienza del processo a suo carico. Convocazione che arriva per telefono qualche giorno dopo: a Josef K. viene intimato di recarsi al tribunale, che non è dove ci si aspetterebbe che fosse, bensì al quinto piano di un palazzo di periferia, senza insegne né indicazioni. Là K. trova un bizzarro assembramento di persone vocianti e un giudice istruttore davanti al quale espone con veemenza le sue rimostranze per il suo 'arresto'. Il suo amore per le regole e la sua forma mentis da bancario però cozzano con quello strano microcosmo di avvocati maneggioni, sadici bastonatori, mogli ninfomani di uscieri, silenzi e sottintesi, e ben presto K. inizia a dibattersi come una mosca intrappolata in una ragnatela.  Una ragnatela al centro del quale c'è una Corte che pare basarsi non su regole scritte ma su resoconti leggendari di casi esaminati in un remoto passato, una Corte che sembra girare a vuoto in un labirinto di delirante burocrazia...

Incompiuto e pubblicato postumo contro la volontà dell'autore - come del resto tutti i libri di Franz Kafka - questo romanzo è stato scritto e continuamente modificato tra 1914 e 1917, mentre l'Europa sprofondava nell'abisso della I Guerra Mondiale, ma è uscito solo nel 1925. A quanto pare ispirato a una brutta esperienza dello scrittore con i cavilli a volte incomprensibili della legge, Il processo è però molto più che una denuncia dei guasti della burocrazia mitteleuropea d'inizio '900 in forma di allegoria. Innanzitutto dal punto di vista del plot puro e semplice: la parola tedesca “Prozeß” infatti non sta a definire soltanto il procedimento giuridico che si svolge in tribunale in senso stretto, ma anche tutto ciò che vi ruota intorno, a partire dalle indagini, passando dagli interrogatori, per arrivare alle schermaglie legali tra le parti. Niente legal thiller ante litteram, quindi, ma un claustrofobico incubo che somatizza il 'disagio della civiltà' di freudiana memoria e che ha più dell'esistenziale che del sociale. È al livello delle pulsioni più profonde che si gioca la partita de Il processo, non a caso romanzo costellato di simbolismi psicanalitici, imbevuto di uno straniante erotismo feticista, giocato su un registro apparentemente realista ma invece esoterico, spaventoso, allusivo, disturbante. Forse è quello che intendeva Theodor W. Adorno, uno dei massimi studiosi dell'opera kafkiana, quando faceva acutamente notare che la sua scrittura “investe l'affettività, la dimensione affettiva del lettore, a un punto tale che il lettore teme che ciò che viene narrato gli si possa avventare contro”. Quando Kafka racconta l'ostinarsi suicida del protagonista a non adeguarsi alle regole non scritte della misteriosa forza che l'ha preso di mira ma al tempo stesso l'inverosimile passività con la quale ne subisce le decisioni, gli interessa raccontare la tendenza istintiva di molti esseri umani a sottomettersi all'autorità, anche se questa autorità non è legittima e si è vittime di un arbitrio: una sorta di 'sindrome della pecora che va al macello' che l'autore praghese riesce a descrivere con sanguinaria precisione soprattutto nell'agghiacciante finale, uno dei più emozionanti della storia della Letteratura.



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