Il quadrato

Il quadrato
Un uomo si sveglia e si corica la sera sempre ripetendo le medesime parole: “La mia vita si è perduta a Singapore”. Eppure afferma di non essere mai stato in questa città del Sud-est asiatico, di conoscerla solo attraverso quanto ha letto su un’enciclopedia. E allora cosa significherà questa frase? Un’ossessione, un avvertimento, uno spunto per prendere in mano una penna e scrivere, o forse è semplicemente il vedere la parola “Singapore” impressa a lettere rosse su una camicetta bianca di un’affascinante cameriera di un bar… “Tutto è perduto” grida una donna, mentre corre disperata verso il fiume dove va ad annegare. Tanti che la vedevano girovagare per le strade si chiedono chi fosse, da dove venisse, da chi scappasse. Il mistero si infittisce ancora di più perché nessuno è venuto a reclamare il suo corpo. Sulla sua identità nascono così le più fantasiose leggende… Un vecchio dalla barba bianca, seduto all’ingresso della Torre di Arzila, in Marocco, recita in continuazione il primo verso de I Lusiadi di Luís Vaz de Camôes. Un passante, incuriosito da quell’enigmatica e ripetuta cantilena, si chiede il significato di tutto ciò. Ma la risposta del vecchio resta avvolta nell’ombra: “Il mistero si decifra o non si decifra, ma non si spiega, non si racconta”… Un uomo difende strenuamente il suo fortino, quello che definisce “il mio quadrato”. Non sa però quale guerra stia combattendo, chi siano i suoi nemici né i suoi compagni. Sa solamente che non si deve arrendere, che deve continuare a lottare, perché fin che si batterà non perderà la guerra. Forse è tutto un sogno, ma i suoi avversari sono lì, davanti a lui…
Più che brevi racconti, i testi raccolti da Manuel Alegre ne Il quadrato sembrano essere “delle riflessioni, dei monologhi, delle rapide incursioni nel suo mondo poetico” precisa nella prefazione Maria Luisa Cusati. In effetti ci troviamo di fronte a frammenti letterari, in genere di una o due pagine, nei quali lo scrittore portoghese, in un tono sospeso tra il reale e l’onirico che fa venire in mente Fernando Pessoa, rivela le sue inquietudini ed ansie esistenziali. Potremmo parlare di epifanie, o di “flash” per citare ancora la Cusati, che ci illuminano sul suo sentire più intimo, fatto di sensazioni, di interessi politici, di suggestioni culturali. Pensieri che dal dato personale passano a quello generale, coinvolgendo l’uomo nella sua interezza. Ne viene fuori un confronto a tratti lirico, a tratti impietoso, tra la solitudine dell’essere e la Storia. Centrale in questa poetica è la “parola”, essenza magico-evocativa, elemento decisivo della scrittura, ma anche strumento pragmatico della comunicazione. Alegre cerca di afferrare i suoi significati più riposti, senza però riuscire sempre a cogliere la profondità dei suoi messaggi. Essa può essere solo indizio, null’altro. In racconti come “Singapore”, “La lettera”, “La frase”, le parole non chiariscono, confondono, nascondono il mistero della verità della vita, diventando metafora di una condizione umana che si arrabatta alla ricerca di una spiegazione logica che non si trova o semplicemente non c’è. Questo pessimismo non deve essere inteso come resa, anzi Alegre, facendo sua la lezione montaliana, ci ricorda nel bellissimo Il Quadrato che stoicamente l’intellettuale non può arrendersi, deve fare della lotta la sua bandiera, mostrare a tutti che è possibile (per non dire doveroso) resistere. E poi aggiunge che arrendersi “non sarebbe bello (…), sarebbe una grande mancanza di educazione”. Parole che, sottolineando il suo impegno e il suo spirito di ribellione, pesano come un macigno sulla volgarità e mistificazione politica e mediatica dei tempi odierni.

 

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