Il racconto dell’Ancella

Futuro prossimo. Forse c’è stata una devastante guerra mondiale, forse uno spaventoso cataclisma naturale (un terremoto che ha causato l’esplosione di alcune centrali nucleari) seguito da una mortale epidemia che ha spopolato il mondo e fatto crollare i tassi di natalità. Forse tutte queste cose insieme. Fatto sta che le nazioni si sono chiuse in loro stesse a leccarsi le ferite, vivono isolate l’una dall’altra. Le istituzioni degli Stati Uniti sono state spazzate via da un golpe di stampo fondamentalista cristiano che ha realizzato una feroce dittatura teocratico-biblica. La cultura dell’edonismo è stata cancellata con la forza: tutto ciò che prima era considerato “solo” un peccato dai fondamentalisti ora è un reato, spesso punibile con l’impiccagione. Non esiste libertà di pensiero né di espressione, ogni dissenso è severamente represso. A soffrire più di tutti nella sedicente società di Galaad sono le donne, private di ogni diritto e brutalmente sottomesse agli uomini. Le anziane che non vengono prese a servizio in casa (le Marte) o le donne non fertili vengono dichiarate Nondonne e spedite nelle cosiddette Colonie – aree contaminate da bonificare o destinate esclusivamente ad agricoltura e allevamento – a lavorare come schiave, assieme ad altri “indesiderabili”. Le Mogli dei Comandanti, l’oligarchia che comanda Galaad, sono le uniche che vivono in un certo agio, ma se non riescono ad avere figli o entrano in menopausa il marito ha diritto – in base al versetto della Genesi in cui Rachele, vedendo che non riesce a generare, offre allo sposo Giacobbe la schiava Bilha da fecondare – a “usufruire” di una Ancella, con la quale si accoppia in presenza della Moglie e del personale della sua casa, durante appositi riti mensili. Difred è appunto l’Ancella del Comandante Fred (persino il suo vero nome è stato cancellato e sostituito da una certificazione di proprietà, “di Fred”). Vive nel terrore per le ferree regole che le sono imposte, per il ricordo del compagno – probabilmente ucciso – e della figlia piccola che le è stata requisita, per il rimpianto della vita com’era prima di Galaad. Ormai sono già un paio le occasioni in cui il suo Comandante ha provato a ingravidarla, ma non è ancora incinta e quindi Difred teme di essere dichiarata Nondonna…

Torna nelle librerie italiane dopo quasi un trentennio, in occasione della realizzazione di una serie tv tratta dal romanzo e interpretata da Elisabeth Moss e Joseph Fiennes, la raggelante distopia firmata dalla canadese Margaret Atwood. I timori per una guerra atomica tra USA e URSS – nel 1985 eventualità tutt’altro che impossibile –, la contemporanea ascesa degli ultraconservatori Ronald Reagan e Margaret Thatcher, il boom dei predicatori televisivi e del neofondamentalismo religioso, la crisi del movimento femminista, l’affermarsi di una forte sensibilità per i temi dell’ecologia, la fobia per una imminente pandemia di AIDS si fusero allora grazie alla sensibilità della Atwood in una parabola claustrofobica e inquietante che vinse il Premio Arthur C. Clarke 1987 ma che ai lettori di oggi fa pensare più a certi regimi islamici che a un possibile futuro occidentale. Accolto tiepidamente dalla critica liberal e stroncato senza pietà dalla critica conservatrice quando uscì, Il racconto dell’Ancella negli anni è assurto alla statura di classico della letteratura mondiale e soprattutto nel mondo anglosassone è considerato un caposaldo del pensiero femminista. Questo, al di là delle ovvie attinenze, non stupisce affatto, perché le pagine più intense ed emozionanti sono quelle in cui la protagonista – il cui vero nome non ci viene mai rivelato – affronta il tema dell’identità e della maternità. Divertente l’artificio narrativo per cui la vicenda (che non ha un finale e si interrompe sul più bello) è in realtà un diario registrato di nascosto su musicassette rinvenute secoli più tardi e analizzate durante un convegno da studiosi appartenenti a una civiltà successiva che ci sembra di intuire, nelle poche pagine dell’epilogo, avanzata e democratica. C’è dunque sempre una speranza, anche nell’ora più nera. Anche a Galaad.

 

 

 

 
 
 
 

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