Il ragazzo

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È il 1908 e un ragazzino di circa quattordici anni esegue le volontà della madre che lo ha cresciuto lontano dal mondo, in un bosco nei pressi della laguna di Berre. La giovane donna, che non ha più di trent’anni, sta morendo e lui la tiene sulle spalle, avvinta a sé con una cinghia che lei aveva preparato in vista di tale momento. Il peso è enorme, ma lui procede, sotto il sole, sotto le stelle per raggiungere “il mare” dove lei vuole chiudere per sempre la sua vita. Lui non ha un nome, non ha la parola ed è solo al mondo. Dopo avere incenerito su una pira le spoglie della madre, così come lei gli indicato di fare, lascia quel luogo solitario e comincia il suo viaggio nel mondo di cui non ha alcuna esperienza. Il viaggio lo porta a incontrare nuovi luoghi, persone, a cominciare a fare esperienze da iscrivere sulla tavola bianca della sua esistenza, viene iniziato a molte realtà. Non ha un nome e non sa comunicare con la lingua che gli altri usano, ma è pronto a ogni esperienza, disponibile a sottoporsi alla scoperta, legato a quelli che sanno più di lui. Incontra le persone di un villaggio e le loro storie tristi, conosce il rispetto, ma anche la cattiveria, il pregiudizio. Nel suo peregrinare conosce il gigante Brabek, che gira la Francia con la sua roulotte e fa a pugni per guadagnarsi da vivere, perché la sua mole ha predeterminato la sua vita. Lui gli insegna a prendersi cura di sé, fomenta la sua immaginazione con le sue storie, le sue conoscenze letterarie, gli insegna a sognare. Emma gli insegna l’amore fisico, la passione, la potenza seduttiva dell’arte…

Marcus Malte è lo pseudonimo di Marc Martiniani, che vincendo con questo romanzo il premio Prix Fémina, ha avuto in grande successo in Francia. La storia è ricca, narrata con fluidità, con personaggi ben delineati e forti nel loro contatto con il reale. Soprattutto la figura del ragazzo colpisce, perno di tutta la narrazione. Lui non parla, non ha un nome se non quello che gli viene dato da chi lo smalizia alla vita, alle sue peculiari verità: la solitudine che non dà un nome, l’amore che lo chiama Felix, la guerra che lo rende disumano, lo snatura e gli dà un nome da guerriero. Il ragazzo non parla, ma è il suo silenzio che dà le parole, che spiega attraverso il suo stupore, la sua voglia di sperimentare, di vivere che domina le parole del romanzo. Gli altri parlano, narrano, sanno, ma il suo vuoto di parole dà senso alle vicende, dà significato alla vita e ai suoi aspetti. Il ragazzo rappresenta la figura dell’enfant sauvage pulito, limpido, puro che viene contaminato, violato dalla civiltà che lo inizia ad una vita di dipendenza, bruta, che gli ruba la vera natura, che riconquista solo a fatica. La scrittura è molto curata, ricca, pomposa, che snocciola nomi di piante come farebbe un botanico, uno studioso di musica classica, un pomologo, un suonatore di oboe, un esperto in letteratura erotica francese. Perle di saggezza sono rilasciate nel testo con leggerezza, con eleganza, frammiste a discorsi detti sotto le stelle, in una dolce notte estiva. Si diverte il narratore con giochi linguistici e virtuosismi della parola che fanno pensare agli scrittori classici, a volte sembrano quasi versi di una poesia, in cui ogni parola è pesata per il suo suono, per la sua caratteristica metrica. Il narratore onnisciente si rivolge direttamente al lettore, racconta e gestisce la storia, la srotola lentamente godendo del dipanarsi lento degli avvenimenti, delle esperienze di vita narrate. La mente del lettore segue la vicenda e si gode la bellezza della lingua, i suoi arzigogoli, riempiendosi l’anima di immagini, di suoni, di meraviglia, stupore, ma anche di dolore di rabbia, di solitudine e di un immenso senso di sofferenza.

 


 

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