Il ragazzo di Varsavia

Il ragazzo di Varsavia
La guardia urla “Los!”. Significa “Muoviti!”. È un’espressione che da lì in avanti accompagnerà tutti loro molto spesso. È l’ottobre del 1944. Sono in Germania. Tutto intorno macerie, distruzione, foglie morte. Il cielo è color del piombo, l’aria sa di pioggia. Li stipano su un’ambulanza. Malconcia, come loro. E sono tanti, quegli uomini. Alcuni sono feriti. Anche in misura piuttosto seria. Ma le bende non sono certo sterili, né si può parlare di garze. Sono pezzi di carta. Sudicia. L’ambulanza parte sobbalzando. Inizia a guadagnare velocità. Il portello posteriore ha due finestrini: guardando fuori si vede qualche albero, un ciclista, una donna che spinge una carrozzina. Un’immagine domestica, rassicurante. Che non c’entra niente, con tutto quello. E loro si sentono pure dire dalle guardie, dall’aria truce, che sono fortunati. Eh sì, perché prima di tutto non sono di religione o stirpe ebraica. E poi perché la loro destinazione non è mica un campo di concentramento, no. È un campo internazionale per prigionieri di guerra. E loro annuiscono, ne sono tranquillizzati…
“Per tutti i ragazzi di Varsavia, specialmente per quelli che non sono mai diventati adulti”. Questa è la dedica che apre questo libro. È una storia vera, talmente vera che è un romanzo. L’autore lo ha concepito praticamente mentre lo viveva. Perché Andrew Borowiec aveva sedici anni ancora da compiere nel 1944, quando ha preso parte alla rivolta di Varsavia, il principale atto antinazista della Resistenza polacca. Nome di battaglia Zych. I guai nel mondo cominciano sempre con qualche criminale che si alza la mattina e decide di invadere la Polonia, dice più o meno Lella Costa nel suo monologo teatrale sull’Amleto. Al di là della boutade, in effetti non le si può dar torto. È una storia avvincente di passione, lotta, guerra, sangue, morte, speranza, dolore, raccontata con straordinaria lucidità e una tensione tale che ci si sente in mezzo alla storia, quella con l’iniziale maiuscola e quella intima, autentica e straordinaria del protagonista. Inoltre, c’è persino un goccio – ma solo uno, qualche nome cambiato, al massimo… – prezioso di fantasia, che ci sta proprio bene come condimento, come in ogni romanzo che è anche un’autobiografia. 

 

 

 

 
 
 
 
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