Il Rapporto Pelican

Il Rapporto Pelican

Primo lunedì di ottobre. Giorno d’inizio del primo mandato e celebrazione nazionale del Primo Emendamento. Parola d’ordine: libertà. Al pianterreno del palazzo sede della Corte Suprema il giudice Abraham Rosenberg, novantun anni e due ictus che lo hanno costretto su una sedia a rotelle, guarda eccitato dalla finestra la folla di manifestanti in tumulto. Intravede i cartelli, gli stessi da una vita: “A morte Rosenberg”, “Toglietegli l’ossigeno”. Lo odiano. Beh, che lo odino pure. D’altronde l’odio è ormai diventato “il passatempo prediletto dell’America”. Lui dal canto suo è intenzionato a proteggerli, “gli indiani, i neri, le donne, i poveri, gli handicappati, l’ambiente”, finché avrà vita. Non è preoccupato per le minacce di morte ai nove giudici della Corte che continuano ad arrivare, al contrario del primo giudice Runyan, inflessibile conservatore che proprio in quel momento sta conferendo con il vicedirettore dell'FBI. La situazione è davvero critica. Rosenberg rifiuta la scorta – non che a Runyan dispiaccia poi tanto: sarebbe un sollievo se il vecchio sparisse di scena una buona volta –, così come Glenn Jensen, il più giovane tra i giudici. Incoerente e ambivalente nelle posizioni politiche, si è spinto molto in là con il caso Dumond, innalzandolo a “grido di battaglia per gli attivisti omosessuali”. Una mina vagante, insomma, che sembra non prendere sul serio le minacce di morte. Minacce che sono pericolosamente vicine al concretizzarsi...

Pubblicato per la prima volta nel 1992, Il Rapporto Pelican è il terzo romanzo del fondatore/maestro del legal thriller John Grisham (che ad oggi, dopo ben 41 pubblicazioni e un susseguirsi di successi a ritmi vertiginosi, sembra non aver più bisogno di presentazioni) e probabilmente uno dei suoi titoli più celebri. Profondamente impresso nella memoria collettiva, forse perché seguito nel 1993 dalla fortunata trasposizione cinematografica targata Alan J. Pakula con protagonisti due giovanissimi Julia Roberts e Denzel Washington. Di certo, indubbia conferma del talento di narratore di Grisham, dopo le altissime aspettative suscitate da Il momento di uccidere e dal bestseller internazionale Il socio. Un doppio omicidio, un’ipotesi azzardata ma brillante, una corsa contro il tempo per smascherare un sordido tentativo di insabbiamento da parte dei “poteri forti”. Corruzione e cospirazioni, killer spietati e molto, molto denaro (sporco, ça va sans dire). Questi gli ingredienti, tenuti insieme da quella che è l’anima perfettamente riconoscibile della scrittura di Grisham: gestione magistrale del ritmo narrativo e della suspense; prosa scorrevole e sempre coinvolgente; perfetta, lucida conoscenza delle macchinose e spesso ambigue vie della legalità americana – le aule di tribunale così familiari all'autore, che pure in questo romanzo si rivelano essere più leitmotiv che sfondo principale dell'azione. La penna di Grisham sa intrattenere con disarmante facilità mentre scava nel marcio di meccanismi che, anche a distanza di vent’anni, sembrano rimanere inalterati, figli di un sistema ipocrita che sfrutta, complica, coltiva l’avidità e premia l’omertà, sempre disposto a nascondere la polvere sotto al tappeto. Molti e scottanti i temi “sotterranei” – per citarne uno, quanto mai attuale, il discusso Secondo Emendamento sul porto d’armi –, gustosi e spesso irriverenti i dialoghi – a tratti un po’ artefatti, se si dovesse trovare una pecca. Questo romanzo è un crescendo ben calibrato di azione e tensione, in cui materia di thriller, incursioni nel giornalismo d’inchiesta e brevi spunti di stampo sentimentale si intrecciano magistralmente. Da recuperare, senz’ombra di dubbio.



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