Il re s'inchina e uccide

Il re s'inchina e uccide
“Ogni paesaggio si esercitava nella morte”, nell'infanzia di Herta Müller: e le parole usate dai contadini nel villaggio terroso, regione del Banato rumeno, erano esatte, precise per designare la concreta realtà oltre mani ed utensili. Eppure, davanti ai campi di granoturco, ferma ad osservar passare i treni, o china sulle bare aperte dei compaesani, Herta sente di non poter comunicare l'essenziale: “posso dire tutto, ricordare l'albero di albicocche, la seta bianca dei cappelli, ma spiegare ciò che provocano nella mente non riesco a esprimerlo con le parole”. Perché se “in ogni lingua dimorano altri occhi”, ci si può sentire estranei in mezzo ai comuni vocaboli utilizzati per raccontarci e raccontare: ogni oggetto un nome, ogni sentimento un punto interrogativo nel cuore. Lo straniamento aumenta quando la lingua diventa terreno di caccia: Herta, già donna, vive in una Berlino divisa ed impaurita, sotto pressione, sotto il costante controllo della polizia segreta, e lì il tedesco familiare si riveste di sfumature arcigne. Tra le due donne, la bambina e l'adulta, tra la Romania e la Germania, corre la figura del “re”: il riflesso delle cose che non si potranno mai spiegare, dei pensieri che non troveranno una giusta via di fuga nell'espressione verbale...
Ci sono autori che solo da “trapassati” riescono a raggiungere la soglia dorata della notorietà: qualcun altro, invece, dopo ingloriosi fallimenti, esplode a sorpresa nel firmamento editoriale. È quanto accaduto ad Herta Müller: nel 2009, insignita del Premio Nobel per la letteratura, si è vista catapultare nell'Olimpo dei grandi. Questo suo Il re s'inchina e uccide, pubblicato dai lungimiranti tipi di Keller, è una lenta, ragionata riflessione sulle possibilità (più spesso i limiti) della parola, scavata nella terra dell'autobiografismo: l'infanzia solitaria trascorsa nel villaggio rumeno, la libertà astratta, fittizia, data da una sorda dittatura. Il re s'inchina e uccide è un breve saggio sulla lingua, ai lati della quale, come sassi sulle rive di un torrente, brillano vita e letteratura. La Müller s'interroga qui sullo scarto che sempre esiste tra il linguaggio e la sua resa davanti al mondo: perché se con esso possiamo dire, nominare, spiegare non sempre rappresenta, concretamente, quello che ci portiamo dentro. Ma quella stessa lingua imperfetta, usata a sproposito dal potere, trasformata in “stucchevole estranea”, rimane l'ultimo e l'unico appiglio per esiliati e nemici dell'autorità: lo sa bene, lei, costretta ad emigrare in Germania perché oppositrice al regime di Ceauşescu, aggrappata all'idioma madre come all'unica traccia d'identità. Il re s'inchina e uccide, scavando ancora una volta nel passato spezzato della scrittrice, riportando a galla i primi, drammatici ricordi di scomparse e torture, si trasforma in una toccante lezione d'umanità sul senso dell'esistenza. Sulla possibilità di arginare la paura, anche giocando a scacchi. 

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