Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani

Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani

Emil ha tredici anni e corre per le strade di Torino, in fuga dall’Architetto che si è trasformato da munifico benefattore in orco molestatore e da Assunta, la donna dolce ma debole a cui suo padre lo ha affidato prima di essere internato in un CPT e poi rispedito in Romania. Fugge lasciandosi dietro l’afrore di agrumi dei flaconi di profumo che ha frantumato, la grande amicizia con Marek, il suo amore acerbo per Delia; fugge con nella testa una gran collezione di parole e sulle spalle uno zaino e un borsone con le lettere in codice del nonno e la dolcissima lettera che il padre gli ha scritto prima di essere espatriato, i fumetti di Tex, le cui avventure ha scoperto il giorno del suo arrivo in Italia, appena sbarcato dal retro di un furgone di riso parboiled. Fugge verso Berlino, nella speranza di trovare il suo geniale, folle nonno Viorel e con lui tornare in Romania a cercare il padre Gheorghe, il più grande costruttore di ventole della Transilvania. Ancora una volta fugge sul retro di un furgone, condividendo i chilometri, le paure, le angosce, le risate, i soldi rubati all’Architetto con compagni straordinari come Cora, Asia, Nerone, la cagna Lufhansa e poi Raul, Gabriel, Javier…

Fugge, il ragazzino protagonista di questo libro, e il pensiero di Tex e di suo figlio “Kit, come Kit Carson, che aveva perso la madre, Lylith, e che spesso aveva rischiato di perdere anche il padre, ma che alla fine lo aveva sempre ritrovato gli dà il coraggio di affrontare un viaggio a tratti spaventoso, a tratti divertente attraverso la Svizzera e la Germania destinato forse a continuare verso la Romania, “il Paese più bello del mondo”. Geda alterna con grande maestria la voce narrante di Emil e quella cinica, agghiacciante dell’Architetto: i sogni e le speranze contro la banalità del Male, che autogiustifica se stesso con l’arrogante autoaffermato diritto che viene dalla capacità di comprare, corrompere, rendere conniventi e cieche le persone normali, perbeniste e benpensanti che un tempo si sarebbero definite “borghesi”. La voce di Emil è sincopata, ingenua, sincera resa ancora più credibile dal controcanto dell’Architetto e del suo entourage, il suo sguardo sulla realtà è disincantato ma conserva la dolcezza e la capacità di sognare, di sfidare o ignorare le brutture con cui solo i bambini riescono a guardare la realtà, per quanto prosaica. Gli autori che scelgono di dare voce a personaggi infantili o adolescenziali lo fanno sovente con risultati di dubbia credibilità, ma Geda, pur scrivendo un romanzo per adulti, a differenza di molti altri, non fa captatio benevolentiae ammiccando al bambino che è dentro tutti noi, ma dà al proprio protagonista un carattere definito, in cui sono già intuibili le ombre e le sfumature dell’adulto che sarà. Emil usa un linguaggio adatto alla sua età ma non artefatto, che non scade mai nello slang immaginato da adulti per gli adolescenti, ha una capacità quasi rabdomantica (a tratti un po’ esagerata) di trovare il buono nella realtà che lo circonda, ha un passato luminoso, un presente orientato verso una meta da perseguire con determinazione e un futuro facilmente intuibile.



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