Il richiamo del corno

1949, Thorsway, Gran Bretagna. Alan Querdilion è un ex tenente della Royal Naval Reserve. È tornato a casa sano e salvo, ma da quando la Seconda guerra mondiale è finita non sembra più lui. Per dirla con la madre, “hanno rimandato indietro il suo corpo” integro e con quel tanto di capacità mentali che gli permettono di mandare avanti la piccola azienda agricola che gli ha lasciato il padre, ma “si sono tenuti il resto”. Gli amici, i familiari e la bella fidanzata Elizabeth pensano che le radici della sua apatia e dei suoi lunghi, insopportabili silenzi siano da cercare nei quattro anni che Querdilion ha passato nel campo di prigionia tedesco Oflag XXIX Z: immaginano torture fisiche e psicologiche, privazioni, chissà quali traumi sopportati e ma raccontati (o peggio rimossi) dal loro congiunto. Tutti quindi si fanno attentissimi quando – dopo una cena in cui una discussione sul tema della caccia (alla quale Alan ovviamente aveva assistito in silenzio) si era fatta piuttosto animata – Alan all’improvviso prende la parola e invita a riflettere sull’indescrivibilità del “terrore di essere cacciati”, sull’atroce ruolo che deve recitare la preda durante la caccia. Più tardi, davanti al camino, Querdilion racconta al suo migliore amico la bizzarra avventura che gli è capitata nel maggio 1943. Riuscito a fuggire con un compagno dal campo Oflag XXIX Z, si era poi diviso da costui e si era diretto verso Dämmerstadt attraverso i fitti boschi di pini della Germania Orientale. Dopo giorni di fuga, sete e delirio, ad Alan era parso di incontrare una zona in cui aleggiava una bizzarra luminescenza, che lo aveva colpito come un dolorosa scossa elettrica facendogli perdere i sensi. Al suo risveglio, Querdilion si era trovato in un letto d’ospedale. Anzi no, più che un ospedale quella sembrava una piccola clinica di lusso immersa nella foresta, con personale gentilissimo e silenzioso…

Un ufficiale britannico evaso da un campo di prigionia tedesco durante la Seconda guerra mondiale attraversa un varco temporale (e assieme una barriera di “raggi Bohlen” teoricamente letali) ritrovandosi nell’anno 102 del calendario di Adolf Hitler, quindi approssimativamente nel 2050. La Germania nazista ha vinto la guerra e domina l’Europa – Gran Bretagna compresa – con il pugno di ferro, ma gli echi della dominazione arrivano attutiti in quella fitta foresta. Qui la legge è il Conte Johann von Hackelnberg, Gran Maestro delle Foreste del Reich, un omone sadico che si diletta a cacciare esseri umani travestiti da cacciagione e a darli in pasto al suo branco di donne mutanti. Ecco il fascinoso spunto da cui parte questo romanzo del 1952 firmato dallo schivo diplomatico inglese John William Wall con lo pseudonimo Sarban (una parola persiana che significa “carovaniere”), forse il primo esempio del filone “Ucronia nazista” che ha avuto enorme successo negli anni successivi (vedi La svastica sul sole, Fatherland, La notte della svastica solo per citare i più noti). Ma si tratta davvero di un romanzo di Storia alternativa? No, tutto sommato. Non vengono descritti eventi storici né militari, non si parla della situazione sociale: il mondo esterno è ben lontano dalla cupa foresta in cui si svolge la vicenda, c’è solo un fugace accenno ad un movimento partigiano inglese. Al centro della narrazione ci sono schiavitù, eugenetica, crudeltà, orge e una atmosfera così densa di simbologia BDSM che fa pensare più che alle ucronie al genere cinematografico “Nazi exploitation” che tanta fortuna ha avuto negli anni ’70: una sorta di ibrido tra La macchina del tempo e/o L’isola del dottor Moreau di Herbert George Wells e Ilsa la belva delle SS di Don Edmonds. A più di quarant’anni dalla prima edizione italiana (il rarissimo Caccia alta, uscito nel 1974 per la De Carlo editore) torna in libreria questo breve romanzo non privo di fascino, ma narrativamente imperfetto: riservato agli aficionados del genere.

 

 

 

 
 
 
 

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