Il ritorno

Il ritorno
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Hervey è un borghese. E, come tutti i borghesi, teme lo scandalo più della morte. Perciò, quando torna a casa e trova la lettera di sua moglie che l’ha abbandonato per un altro, l’orrore gli si para davanti, insieme alle domande: “L’avrà già saputo qualcuno?” e “Cosa dirò alla servitù, quando mi vedrà cenare senza compagnia?” Ma non c’è tempo di cercare risposte: la vita ordinata e regolare di un tempo si sta aprendo sotto i suoi piedi come una crepa nel ghiaccio sottile, e insieme agli scricchiolii gli arriva alla testa la rabbia, per una situazione ingestibile, che lui non ha meritato. Ha fatto tutto per quella donna, e questa è la ricompensa? Poi, per la seconda volta nella serata ‒ ed è dura per lui, che non vi è abituato ‒ arriva la sorpresa: lei è tornata, lo raggiunge in camera da letto. Adesso ha l’occasione di sfogarsi, e di dire tutto quello che pensa di lei; o, meglio, della situazione, perché di lei a ben vedere non pensa nulla. Il suo sfogo prende la forma dell’orazione, a tratti del seminario: ci sono in ballo i doveri, le regole, le convenienze, le aspettative degli altri; nessuno può comportarsi come gli pare. Lei fa per andarsene di nuovo, avendo ormai preso consapevolezza che lì non c’è più posto; anzi, non ce n’è mai stato. Ma lui la trattiene; e per un attimo sembra un gesto di amorevolezza, fors’anche di bisogno. Ma in realtà è solo perché Hervey non ha ancora finito il suo sermone; e perché i domestici non devono pensare che lei esca di casa da sola, a quell’ora...

Se non si temesse di infrangere l’icona del Conrad narratore dei mari e dell’esotico, ci si potrebbe spingere a dire che questo racconto lungo sia superiore per intensità perfino all’Almayer; per violenza, finanche, a Cuore di tenebra. Ma, arbitrarie classifiche a parte, Il ritorno possiede caratterizzazioni e dialoghi di elevatissima forza, ci si sente travolti dall’ondata di recriminazione becera di lui e da quella di furore muto di lei; ci si sente chiamati in causa, presenti sulla scena, in dovere di impedire che quel massacro vada avanti. Si vorrebbe quasi afferrare il protagonista per la gola e farla finita lì, con le proprie mani. Un gioiello di precisione, di sintesi, di profondità d’analisi; in una edizione resa ottima dalla cura di Benedetta Bini, con testo inglese a fronte e un notevole apparato critico. Dove la lotta asimmetrica fra il marito e la moglie diventa l’arena del più ampio e generale scontro fra l’astrattezza dei principi e la concretezza della vita, e teatro in cui si mette in scena l’incapacità della legge morale di produrre l’amore di l’uomo e la donna hanno bisogno. Un Conrad che sfodera la sua più grande maestria, mirabile e tagliente nel linguaggio, nelle immagini, nell’individuazione dei pensieri più nascosti. Da leggere assolutamente.



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