Il ritratto

Il ritratto

Valeria conta i secondi, i passi, le foglie verdi sulla carta da parati, conta per cercare di tenere tutto sotto controllo: tutto è un padre scomparso dalla sua vita molto presto, una sorella morta di tumore quando lei aveva dodici anni, l’isola di Rodi a cui non era più potuta tornare, Martìn Aclà, il suo amante, che sta per morire per un aneurisma cerebrale senza che lei possa rivederlo un’ultima volta e dirgli addio. Tutto è sua madre, che non vuole più leggere i suoi racconti mentre tutto il resto del mondo li acclama e li impara a memoria. Per rivedere Martìn, in coma da giorni nel letto della sua casa di Londra, Valeria Costas ha una sola possibilità: convincere sua moglie, ignara di tutto, a farle un ritratto per la quarta di copertina del suo nuovo libro. Peccato che Isla Lawndale abbia smesso di dipingere da anni. Contare non serve a nulla. Niente servirà più a nulla, se non potrà dire addio a colui che per venticinque anni ha riempito i suoi spazi, i suoi vuoti e i suoi silenzi…

Sono passati due anni dall’ultimo romanzo di Ilaria Bernardini (Faremo foresta, 2018) ma anche in questo romanzo l’aneurisma cerebrale è uno degli eventi che interrompe tutto, una frana che impedisce di proseguire sulla strada percorsa e costringe le persone a deviare il proprio cammino. Che il più delle volte si traduce in un tornare indietro: il proprio (e altrui) passato viene riletto, riattraversato, e indica nuove strade da percorrere. E ancora una volta sono due personaggi femminili quelli che si prendono le pagine del romanzo: anzi, se si contano Pamela e Antonia, i personaggi femminili sono quattro. Immancabilmente trattenuti: ognuno di loro ha una voragine di non detti ai quali strenuamente resta attaccato come per non scivolare giù. E dell’importanza di lasciar andare (appigli, cose, persone) parla l’aneddoto all’origine del romanzo che Ilaria Bernardini ha deciso di raccontare per presentare il suo libro: quattro anni fa questo romanzo aveva cominciato ad esistere su un quaderno di appunti. Dopo quattro settimane, le pagine del quaderno si erano riempite di una storia, frasi, personaggi più o meno abbozzati. Ma la scrittrice lo perse. Dopo un iniziale periodo di shock, ricominciò la storia da zero. Non affezionarsi a nessuna versione della storia, anzi accettare che di essa esistano infinite versioni, così come non esiste una sola verità, almeno fino a che non ne arrivi un’altra con cui confrontarsi: di questo parla Il ritratto. Di due donne che si ritrovano faccia a faccia, ognuna con la propria versione della stessa storia, ognuna vera e raccontata in tempi e modi diversi. Parla dello scomparire e del restare. Contare non serve a nulla. Serve di più imparare ad abbracciare, ascoltare, raccontare, perdonare.



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