Il rituale del male

Da più di quarant’anni il massiccio, brutale e astuto Grégoire Morvan è un fedele servitore dello Stato: un colosso di sessantasette anni considerato il miglior poliziotto di Francia, che a forza di condurre missioni delicate e segrete e accumulare informazioni riservate ha assunto lo status di intoccabile. “Non ho né amici né relazioni”, ama ripetere. “Ho soltanto dossier”. Nell’interesse della Repubblica ha ucciso, rubato, spiato, intrallazzato, ricattato e per questo è temutissimo al Ministero degli Interni, di cui è consulente – pur senza apparire in nessun organigramma – dai tempi di Mitterand. Grégoire ha il brutto vizio di picchiare la moglie Maggie e di terrorizzare i suoi tre figli: gli Erwan sembrano una normale famiglia altoborghese, ma la realtà è molto meno edificante. Gaëlle, l’ultimogenita, è una ex anoressica che sogna di fare l’attrice ma intanto fa la escort, per soldi o per ottenere qualche particina; LoÏc, il mezzano, è direttore di uno degli hedge fund più stimati di Parigi ma è anche un tossico e alcolizzato che ama sguazzare nei bassifondi esercitando una autodistruttiva bisessualità; solo Erwan, il primogenito, ha seguito le orme del padre, è un investigatore tenace e comanda la Squadra Omicidi della capitale francese. Ma con il patriarca Erwan ha un rapporto di amore-odio: da una parte lo disprezza, dall’altra lo ammira, vuole proteggere la madre, la sorella e il fratello ma intanto però è innamorato perso della moglie di LoÏc – Sofia, un’italiana dalla bellezza quasi sovrumana, rampolla di una ricca famiglia toscana in orbita berlusconiana – e sogna di rubarla al fratello minore. Passione per la cognata a parte, Erwan si considera il membro più sano della famiglia Morvan, vive da solo, è ossessionato dalla pulizia e ha fugaci avventure sessuali con commesse, cameriere, estetiste o giù di lì affascinate dal suo ruolo. In cerca di un diversivo, accetta una missione assegnatagli dal padre: condurre un’inchiesta presso l’accademia militare per piloti “Kaerverec 76”, sulla costa occidentale del Finistère, il dipartimento più a ovest di tutta la Francia. Per sfuggire a odiosi e violenti rituali di nonnismo che si ripetono ogni anno con la complicità degli ufficiali, una matricola a quanto pare si è rifugiata su un’isoletta a pochi chilometri dalla costa e qui è rimasta uccisa in circostanze incredibili, dilaniata da un missile lanciato da un jet durante un’esercitazione il giorno seguente. La versione dei militari però fa acqua da tutte le parti ed Erwan ha il compito di fare luce sui fatti evitando uno scandalo che potrebbe travolgere l’accademia. O provocandolo, se necessario…

Il suo undicesimo romanzo ci riconsegna un Jean-Christophe Grangé in grande forma, e Dio sa se ne avevamo bisogno. L’eminenza grigia del thriller transalpino in questo monumentale – e non solo per le quasi 800 pagine, peraltro dichiaratamente in attesa di sequel – romanzo fonde senza pietà e senza rispetto per i confini di genere il feuilleton francese ottocentesco e il thriller anni ’80, il polar e la saga familiare mainstream dando vita a una storia complessa e cattiva, mai scontata. Se a tenere banco sono le dinamiche feroci all’interno del clan Morvan, tiranneggiato da un personaggio memorabile nella sua adamantina, ferina spregiudicatezza, Grangé ci costruisce intorno un plot spaccaossa in cui si intrecciano un’indagine serrata all’interno di un ambiente militare che ricorda una setta esoterica, un’inedita finestra sulle manovre imperialiste francesi in Africa (presidenti fantoccio, congiure, sporche speculazioni economiche, razzismo) e sulla politica interna d’Oltralpe degli ultimi decenni e soprattutto il ritorno di un fantasma del passato, un serial killer spietato e perverso – battezzato l’Uomo Chiodo – il cui arresto negli anni ’70 in Zaire ha rappresentato l’impresa che ha benedetto la carriera di Grégoire Morvan. Terrore, violenza, tensione sessuale, doppiezza: ecco le forze motrici di un romanzo che si fa leggere veramente con gusto, che fa ritrovare al lettore la fretta di sbrigare le faccende quotidiane per rinchiudersi tra le sue pagine, nella scatola irta di vetri rotti costruita da Grangé con le parole, come solo un grande artigiano della paura sa fare.



 

 

 

 
 
 
 

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