Il rogo di Berlino

Il rogo di Berlino
1971, Vienna. Una donna e suo figlio di 5 anni salgono le scale di un vecchio palazzo con il cuore in gola. Li attende una anziana signora, madre dell'una e nonna dell'altro. Helga non vede sua madre da trent'anni, Renzo ovviamente non l'ha mai conosciuta. L'anziana signora è cortese, ma non sembra poi così emozionata: racconta del suo arresto nel campo di concentramento di Birkenau, in cui faceva la guardiana, racconta la sua condanna a 6 anni di carcere al processo di Norimberga. Mostra con fierezza ai suoi ospiti attoniti la sua vecchia uniforme, invita persino sua figlia a provarsela. Lei scuote la testa. Qualche altro convenevole, e i due lasciano la casa dell'anziana signora, vanno a prendere il primo treno per l'Italia. Il bimbo piange deluso, la donna sente che ha perso sua madre per la seconda volta, forse definitivamente: “Non so se sia ancora viva. Ogni tanto qualcuno mi chiede se l'ho perdonata”. Perdonata di cosa? Per capirlo dobbiamo andare a Berlino, nel 1941. L'anziana signora è una giovane bionda che non si perde un comizio di Adolf Hitler e grida “Sieg Heil!”: poco dopo che il secondo figlio Peter ha compiuto un anno (la primogenita Helga neha quattro) capisce di non essere fatta per la maternità e la famiglia, si arruola nelle SS e molla i due bambini alla sorella del marito, impegnato al fronte. La zia spedisce due cablogrammi: uno al fratello, che apprende costernato della fuga della moglie, e uno a sua madre, che lascia il podere polacco e si precipita a Berlino, “col suo odore di pollaio e di biscotti ai semi di anice”, per tamponare il disastro combinato dalla odiata nuora, quella nazihure (“troia nazista”). Il 1942 porta per Helga e Peter due novità, una buona e una cattiva: quella buona è che loro padre torna in licenza dal fronte, quella cattiva è che conosce una certa Ursula, se ne innamora e la sposa. La matrigna si lega soltanto a Peter, e tratta con palese antipatia Helga. Tra le due – la licenza è finita e il novello sposo è dovuto ripartire per il fronte lasciando i due figli a Ursula - inizia una logorante guerra di nervi che sfocia in una fuga prima e poi addirittura nel ricovero di Helga in un ospedale psichiatrico per bambini, un vero lager. Intanto la guerra sta andando sempre peggio per il III Reich...
Eccolo, il capolavoro autobiografico di Helga Schneider, italiana d'adozione ma cresciuta nella Germania nazista, nella quale ha vissuto un'infanzia romanzesca e terribile, qui puntualmente narrata con vivida efficacia, con la forza della semplicità. Da questo libro successivamente l'autrice ha tratto diversi spin-off, ognuno focalizzato su un diverso momento/aspetto della sua drammatica esperienza, ma l'impatto emozionale di questo racconto è davvero travolgente. La Berlino di Helga Schneider è una città spettrale, senza nessun servizio pubblico garantito, senza energia elettrica, acqua potabile né cibo, falciata da continui raid aerei nemici, le strade deserte costellate di macerie e cadaveri. Il tessuto sociale si è completamente sfaldato, e i berlinesi sono rintanati nelle cantine dei loro condomini a pregare, soffrire o morire in attesa di una bomba, dei temutissimi soldati violentatori dell'Armata Rossa o magari di un miracolo. Qualcuno maledice Hitler, qualcuno ancora lo idolatra, tutti sanno in fondo al cuore che il III Reich sta per cadere nel fango. Una testimonianza atroce, indimenticabile, indispensabile. Una grande tragedia europea vissuta in diretta attraverso gli occhi sgomenti di una bambina ma narrata con l'amara consapevolezza di una donna segnata dalla vita e che farebbe forse volentieri a meno della memoria.

Leggi l'intervista a Helga Schneider

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