Il romanzo dell’anno

Il romanzo dell’anno

Roma. È la notte di Capodanno, la città è in festa, le persone sono strette nei loro abiti eleganti per salutare l’anno appena trascorso e lanciarsi nel nuovo. Niccolò e Livia hanno appena litigato e si sono lasciati. Questo sarà il loro ultimo contatto perché durante la fuga in motorino Lavinia scivola sui sanpietrini, che questa notte sembrano diamanti, e va in coma. Da un momento all’altro non è più una notte di festa ma una notte di dolore e curiosità e la scena muta improvvisamente. Arriva l’ambulanza con i suoi lampi blu e rossi, ci sono i flash dei cellulari che inquadrano la scena per immortalarla, mentre le persone sono uscite di corsa da ristoranti e locali dove stavano cenando per scoprire l’accaduto. Si osservano attorno sperando di non essere le uniche a nutrire un morboso interesse per quel corpo steso in terra, immobile accanto a un motorino ribaltato e a una golf nera con le quattro frecce accese e ferma in diagonale lungo la strada…

È così, con questa scena forte e toccante che inizia Il romanzo dell’anno, l’intensa opera di Giorgio Buferali. L’autore immagina un ragazzo che, dilaniato dalla sofferenza per lo stato vegetativo della fidanzata, va a farle visita ogni giorno in ospedale per farle percepire la sua presenza e la sua vicinanza. Ed è qui, in ospedale, che l’autore immagina Niccolò, il protagonista, prendere un computer lasciato in ospedale dalla madre di Livia e iniziare a scrivere lettere d’amore e di vita alla ragazza per raccontarle cosa accade nel mondo delle persone vigili, gli avvenimenti più piccoli e anche quelli che involgono il destino di Stati e popoli. Perché è solo nel racconto che la vita può continuare al di là del corpo e della coscienza e finché ci sarà qualcuno disposto a raccontare la vita avrà ancora una possibilità. Un artificio narrativo, quello scelto dall’autore, molto stimolante che rievoca il romanzo epistolare seppur attualizzato e ripensato, un flusso di coscienza che scorre svelto e limpido fino all’ultima pagina. La voce dell’autore è fluida e riconoscibile, sa sussurrare e urlare, raccontare e descrivere mutando a seconda della materia narrata ma senza mai perdere la propria veridicità e il proprio timbro originale e sincero. Le lettere scritte da Niccolò sono rivolte a Livia ma finiranno inesorabilmente per rivolgersi anche a se stesso. È tramite la parola, infatti, che Niccolò è in grado di leggere dentro di sé e nella propria vita, in profondità e con coraggio. È grazie alla parola che comprenderà come la scrittura sia l’unico modo per salvarsi davvero da ogni paura, da ogni tragedia, da ogni domanda. Un romanzo, dunque, che unisce sapienza narrativa e universalità dei temi toccati e che riesce a giungere dritto al cuore di un lettore si ritrova catapultato in uno scenario di dolore inimmaginabile e viene sollecitato a guardare in faccia la vita senza perdere mai la speranza. Un romanzo che invita a non temere i cambiamenti ma a governarli facendone occasione di crescita e di evoluzione. Una storia dove la parola è mezzo ma soprattutto protagonista.



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