Il sacrificio dei pedoni

Bologna 1977: droga, alcol, sesso à gogo, movimentismo, indiani metropolitani, scontri tra fasci, rossi e anarchici. La rivoluzione sembra vicina. Quella del Conte, con l’inseparabile Mauro, è una quotidiana processione tra le aule del DAMS, le riunioni del Fronte Comunista Anarchico, le osterie a bere vino e mangiare piadine, le notti da amici dove dormire e magari rimorchiare qualche tipa. Se c’è da menare le mani, e anche usare lo “scortico”, non si tira indietro, specie con i neri o i pulotti o i caramba. “Mai abbandonare le posizioni” è la sua filosofia. Il Conte è anche un artista, dipinge e scrive, frequenta il Pier Tondelli, il Paz e la Francesca Alinovi. L’arte è la sua giovinezza, non la politica che, più che desiderio, è volontà di trasgredire. Davanti ai suoi occhi di ventenne si staglia come un macigno la disillusione del padre, ex partigiano, nell’aver visto come dopo la Liberazione nulla sia mutato. Il sistema è sempre lì, magari camuffato, ti fa giocare fin quando gli fa comodo e poi ti scarica. Il ’68 ha aperto la strada ma sarà il ’77 a concludere il lavoro. Il buon Maurone ne è convinto, si è procurato due P38, per lui e per l’amico di sempre. Bisogna essere pronti e stare attenti, la polizia si sta preparando a farla finita con autonomi, fricchettoni, hippy, perdigiorno, rivoltosi improvvisati, ha spie e infiltrati dappertutto, anche all’università…

Il sacrificio dei pedoni ha la capacità di farti toccare con mano cosa è stato il ’77, ti fa annusarne gli umori, ti porta a percepirne lo zeitgeist. Grazie, non solo a uno stile forte e realistico, spesso crudo, che penetra nella carne, ma anche all’uso di un linguaggio espressivo, uno slang giovanilistico che ricorda l’esperimento linguistico di Anthony Burgess in Un'arancia a orologeria. Gian Ruggero Manzoni, alias il Conte, racconta in prima persona una generazione a cui “bastava crederci” per sentirsi vivi dentro, ma che correva sul “bordo”, sospesa tra immaginazione e P38. La speranza era il cambiamento, dare una spallata al potere per far nascere un’Italia finalmente libera, non più schiava di banche, consorterie occulte, “chiese” logore – la DC e il PCI - ma ancora autoritarie. Con afflato romantico e malinconico sono descritti l’ennesima “rivoluzione mancata” del Belpaese e il vuoto incolmabile che si è lasciata alle spalle, nel quale il Movimento si è dissolto in un battito di ciglia. Manzoni nel narrare la lotta, la rabbia, la tentazione della violenza, pone di continuo l’accento sull’umanità, fatta di amore e di dolore, che c’erano in lui e nei suoi compagni. Poetici e struggenti sono i ricordi del padre e degli amici che non ci sono più (da Tondelli a Mazzacurati, da Alinovi a Mauro), insieme ai quali ha percorso le stesse strade, consumato notti, condiviso idee, e gli slanci di pietas e tenerezza, dietro la fisionomia del duro, verso ogni tipo di emarginato. Una visione etica che cerca nella morte la vita.

 


 

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