Il sangue versato

Il sangue versato
È uscita nella luce del sole di mezzanotte Pia Svonni, sacrestana della chiesa di Jukkasjärvi nei pressi di Kiruna, nell’estremo nord della Svezia. L’indomani si celebrerà un matrimonio e le è venuto in mente di mettere sull’altare un mazzo di fiori. Ha intenzione di coglierli nel prato dietro il cimitero, dove sbocciano ranuncoli e bottoni d’oro. Così inforca la bicicletta e pedala a più non posso, fendendo la quiete notturna delle case addormentate. Quando arriva alla chiesa di legno rosso si accorge che la porta è aperta e il cuore le salta in gola. Entra e, prima ancora di vedere, sente che qualcosa non va. Il qualcosa sono due piedi che pendono dalla balconata dell’organo. Un corpo è appeso alle canne con una lunga catena di ferro. Si tratta di Mildred Nilsson, il pastore, ed è chiaro che non si è suicidata. Prima di venire issata lassù è stata percossa selvaggiamente. Mentre l’inchiesta muove i primi passi anche l'avvocato Rebecka Martinsson arriva da quelle parti, mandata dallo studio legale per cui lavora ad occuparsi di tutt’altra questione. Non sta passando un bel momento Rebecka. Qualche tempo prima ha ucciso tre persone e, anche se ha dovuto farlo per legittima difesa, questo non la mette in pace né con la sua coscienza né con i suoi incubi. Ora per puro caso si trova coinvolta nell’indagine sull’omicidio di quella donna che aveva spaccato in due la piccola comunità. Una come Mildred o la si amava o la si odiava. Incoraggiava le sue fedeli a lasciare i mariti maneschi o quantomeno a imparare a difendersi, le scuoteva, le faceva pensare. Le spingeva ad essere libere. Aveva litigato con il consiglio parrocchiale e con il comune, aveva creato una fondazione per proteggere una lupa stabilitasi nei terreni ecclesiali pestando i piedi alla squadra di caccia locale, cosa che in quel paesino maschilista cresciuto con il culto dei pallettoni a molti aveva fatto salire il sangue alla testa. Chi l’aveva ammazzata doveva avere dentro una gran rabbia. E in quel vortice scuro di rancore viene risucchiata suo malgrado anche Rebecka...
Åsa Larsson ha un modo tutto particolare di scrivere gialli: fa succedere un crimine, ma a conti fatti finisce per raccontare d’altro e d’altri. Di quelli che si muovono nello scenario profanato dalla violenza, dei loro stati d’animo, dei loro legami affettivi, di come cercano di sopravvivere alla perdita. Alla fine, più che scoprire chi è l’assassino, t’interessa sapere cosa accadrà a chi è rimasto a fare i conti con la ragnatela di dolore che si dirama dal delitto. Ne Il sangue versato, secondo caso per l’avvocato Rebecka Martinsson dopo Tempesta solare, (tutti e due premiati dall’Accademia svedese del Poliziesco), Mildred è il polo che catalizza l’indice emotivo del romanzo. Da viva si era inimicata quasi tutti gli uomini del luogo e anche da morta continua ad occupare la scena. La determinazione con cui teneva testa al machismo locale (non illudiamoci, la progressista Svezia non è messa meglio di altri posti), l’energia con cui prendeva di petto le cose, dopo la sua scomparsa lasciano un senso di vuoto sia in chi è rimasto a piangerla, sia in chi continua a detestarla. Era, e rimane anche nella tomba, una minuta, implacabile forza della natura perfettamente incastonata in quel ruvido scenario scandinavo di cui Åsa Larsson fa palpitare la bellezza e la durezza: alberi che dopo il lungo inverno lasciano cadere strati di neve dai rami come liberandosi di vestiti diventati troppo pesanti, silenzi sconfinati, profumi che la primavera fa svolazzare nel vento, lupi che giocano, amoreggiano e cacciano, uccelli che si lanciano nell’aria in cerca di cibo per riempire i becchi sempre spalancati dei loro piccoli. C’è una sofferenza trattenuta in questa scrittura nitida e parsimoniosa, che sembra aver pudore di dire troppo e al posto delle descrizioni fa parlare gesti e sguardi. Nessuno viene fuori indenne dalla tragedia di Mildred. Dopo il suo sangue, altro sangue viene versato, altre esistenze vanno in briciole, annientate dalla disperazione o da un colpo di fucile. Pochi si salvano di quelli che abbiamo imparato a conoscere in queste pagine, e anche Rebecka Martinsson rischia duro. Ma sotto l’aspetto fragile lei è una lama d’acciaio. Siamo sicuri che ce la farà a riannodare i fili spezzati della sua vita e che la incontreremo ancora.

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