Il segno dell’untore

Il segno dell’untore
2 agosto 1576. Milano è vessata dalla peste bubbonica, giunta al suo culmine: i carretti cigolanti dei monatti sono pieni di cadaveri e il lezzo dei corpi bruciati nei fopponi ˗ enormi fosse comuni scavate nelle città e nelle campagne ˗ aleggia per le strade della capitale del Ducato. È l’ora prima quando, dopo essere andato a trovare la moglie Anita, malata di peste e ormai agli sgoccioli della sua esistenza, il notaio criminale Niccolò Taverna viene raggiunto dal suo assistente Rinaldo Caccia, il quale gli comunica di recarsi alla Fabbrica del Duomo, dove è stato trafugato un candelabro di Benvenuto Cellini. Uscito dal Duomo insieme a Rinaldo, Niccolò viene a sapere dal suo secondo assistente, Tadino José dal Rio, che il capitano di Giustizia li sta aspettando in un edificio in Corsia de’ Servi, dove c’è stato un omicidio: quello di Bernardino da Savona, commissario inquisitoriale che aveva il compito di far valere il potere della Corona di Spagna sul Ducato e di occuparsi degli ordini ecclesiastici considerati eretici, primo tra tutti quello degli Umiliati, cancellato dall’arcivescovo Carlo Borromeo. È un indagine ardua che investe i centri di potere di Milano, quella che attende Niccolò, il quale, per risolvere il caso in sole ventiquattro ore, deve far ricorso a tutte le sue doti investigative e all’aiuto dei preziosi Rinaldo e Tadino. Senza dimenticare il caso di furto del candelabro del Cellini e la peste, che si sta portando via sua moglie…
Prendete I promessi sposi, le ambientazioni, la Milano del XVI secolo, la peste, la dominazione spagnola in forte contrasto con il potere temporale della Chiesa; prendete il vecchio buon giallo, quello in cui a dominare è l’investigazione fondata sulle doti intuitive del protagonista: il risultato è Il segno dell’untore, dodicesimo romanzo del giornalista, sceneggiatore, editor e scrittore Franco Forte, e primo episodio della saga dedicata al notaio criminale Niccolò Taverna. Un giallo storico che si dipana attraverso le puntuali ricostruzioni storiche, geografiche e sociali dell’epoca e una trama che si sviluppa in sole ventiquattro ore, nelle quali il protagonista è chiamato a risolvere ben due casi: un furto e un omicidio illustre. Nel mezzo c’è la difficile situazione politica in cui si fronteggiano il potere secolare, rappresentato dal governatore spagnolo don Luigi Requenses, e quello temporale, rappresentato dall’arcivescovo Carlo Borromeo. Senza tralasciare il dramma della peste che, oltre alle catastrofiche conseguenze demografiche, cambiò definitivamente gli animi dei cittadini milanesi e instillò loro una forte superstizione che vedeva l’epidemia come un flagello mandato direttamente da Dio, e che portò a torture indiscriminate da parte dell’Inquisizione spagnola. La perizia di Forte sta proprio nel costruire un romanzo in cui la storia è protagonista insieme ad una trama incalzante che non concede tregue e ad un linguaggio che spesso diviene ricostruzione linguistica del tempo, il tutto condito da uno stile diretto e sempre piacevole. E tra personaggi storici e di finzione, odori e sapori dell’epoca, sentimenti contrastanti, trame politiche e monatti senza scrupoli, Il segno dell’untore si rivela un romanzo assolutamente da leggere, di cui attendiamo il già annunciato sequel.

Leggi l'intervista a Franco Forte

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