Il seno

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Era cominciato con un’inezia, un leggero formicolio all’inguine. Il formicolio è però progressivamente aumentato, inducendo in David Kepesh – professore newyorchese da sempre disperatamente ipocondriaco, tanto da aver provato quasi ogni settimana dei suoi trentotto anni i sintomi di una malattia grave tutte le volte diversa – l’ossessione di recarsi ogni dieci minuti alla toilette per controllare lo stato della sua regione pubica, senza però trovare nulla di strano. Dopo un po’ David si rilassa: sarà nulla di grave o nulla tout court, come sempre. Ma stavolta non è come sempre. Stavolta si sbaglia. Dopo qualche giorno la pelle alla base del suo pene inizia a diventare rossastra. Non è un’irritazione, non è una lesione: è un inspiegabile cambiamento di pigmentazione, che porta con sé anche uno strano aumento della sensibilità locale nella zona della macchia, e quindi un aumento del piacere sessuale, cosa che contribuisce a migliorare il suo rapporto con la compagna Claire, che stava vivendo un momento di “stanca”. Quando però l’inguine gli diventa rosso ciliegia, in preda ad un discreto panico Kepesh telefona in piena notte al suo medico di fiducia e lo prega di passare a casa sua per visitarlo. Il dottor Gordon, clinico ragionevole e pacato, lo convince ad aspettare l’indomani. Solo che l’indomani il povero David Kepesh si sveglia inspiegabilmente trasformato… in una sorta di enorme globo carnoso, che si rivela essere una gigantesca mammella. Intrappolato nel suo nuovo corpo, l’uomo inizia a riflettere sulla sua scabrosa situazione…

Questo romanzo breve datato 1972, il primo in cui Philip Roth utilizza il personaggio di David Kepesh, protagonista negli anni seguenti anche de Il professore di desiderio e L’animale morente, vuole essere – a dar retta all’autore stesso, che spiegava così il sottotesto della sua opera in un’intervista rilasciata all’epoca dell’uscita del libro – una riflessione sulla soggettività maschile, che proprio in un momento di profonda crisi (in questo caso addirittura la trasformazione fisica da soggetto desiderante nell’oggetto abitualmente desiderato) paradossalmente disegna i contorni della sua identità. Il richiamo a La metamorfosi di Franz Kafka e Il naso di Nikolai Gogol’ è evidente, ma ne Il seno il tono è comunque più leggero e ironico, da divertissement. Oggetto di essay accademici, tesi di laurea e critiche letterarie inneggianti (ma anche di ridicole accuse di pornografia), la novella è a mio modo di vedere un fulgido esempio di quello che ho ribattezzato il “bonus Roth”, cioè la invidiabile e inspiegabile licenza concessa a Roth da decenni dalla critica di poter scrivere qualsiasi cosa – anche la più banale – e di vedersela analizzare con sacrale seriosità. È un grande scrittore Roth, sia chiaro, ma non lo è a prescindere da ciò che scrive: qui per esempio racconta una storia che (dichiaratamente) non parte da una trovata originale, che ha uno svolgimento noioso (a meno di non trovare appassionanti le normalissime elucubrazioni del protagonista), che pare più irritante che arguta nelle riflessioni sulla sessualità, che ha una trama che non va da nessuna parte e soprattutto pare non sapere dove andare. Se Il seno l’avesse scritto un pinco pallino qualsiasi e non Philip Roth, sarebbe stato nel migliore dei casi ignorato.



 

 

 
 
 
 

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