Il sentiero del diavolo

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XVII secolo, Soffioni de Pría, Asturie, Spagna. Ana Maria García ha tredici anni ed è incinta. Non basta: è incinta di suo zio, Francisco Soga, che la violenta da tempo e ora la vuole uccidere per impedire che la ragazzina racconti tutto a sua moglie. Per questo si è rifugiata ai Soffioni, luogo di getti d’acqua violenti che si fanno strada tra le rocce scure e di boati misteriosi, luogo in cui “il potere del mare si unisce al potere del cielo”, sperando che la forza della natura e la superstizione tengano lo zio lontano da lei. Mentre trema di freddo e paura, nuda e sudicia, ripensa alla sua infanzia terribile. La madre è morta di parto nell’indifferenza del marito Juan, che mentre lei agonizzava era all’osteria, infuriato perché la moglie aveva partorito la settima femmina su sette figli. E prima ancora che la donna fosse morta, lui già chiedeva la mano della vicina di casa, a condizione che si occupasse di tutte le sue figlie. Tutte esclusa Ana, che non è stata sepolta assieme alla madre solo perché mentre portavano il cadavere della donna al camposanto con ancora la neonata attaccata al seno morto è scoppiata in un pianto dirotto e ha fatto commuovere la vecchia zia Manuela. Non contento, il padre quella notte stessa ha portato la piccola nel bosco e l’ha abbandonata, ma ancora una volta la zia l’è andata a cercare e l’ha portata con sé. Ha detto di aver trovato Ana “circondata da lupi che ne leccavano le manine e le davano calore”, ma nessuno ha creduto al racconto di Manuela. Una infanzia durissima, ma Ana ha dentro di sé una forza non comune. La forza che ora la spinge ad alzarsi e incamminarsi, a raggiungere passo dopo passo il Camino Real e dopo la città di Llanes, un paese grande come non ne ha mai visti, con le case di pietra. Qui vive un’altra sua zia, Toribia Sánchez, l’unica parente della madre ancora viva. La accolgono in casa ma fanno lavorare la ragazzina – nonostante sia incinta – “come una mula, lavando enormi quantità di lenzuola alla fonte, caricando acqua e legna, tagliando il foraggio per il bestiame e trasportandolo sulla testa dal monte fino alla stalla”, finché un giorno, in mezzo ai campi, Ana non partorisce una bambina morta. Anche lei perde i sensi, si abbandona all’oblio ma invece di morire si risveglia nella capanna di Catalina González, l’anziana donna “che cura il male di vento e che tutti chiamano strega”…

A raccontarne la trama, Il sentiero del diavolo pare essere (o voler essere) un romanzo storico o addirittura un fantasy: è invece qualcosa di molto diverso, un esperimento letterario ambizioso che non è facile avvicinare a qualcos’altro, incasellare in un genere. Innanzitutto, come scopriranno i lettori, si svolge su diversi piani temporali: a condurre il gioco la voce narrante di una scrittrice dei nostri giorni – tutto fa pensare che sia l’autrice stessa – che ci racconta episodi del suo passato familiare, il senso del suo amore per le natìe Asturie, fa riflessioni sulla vita, sul tempo, sull’amore, sul destino (con toni a tratti un filino troppo retorici, ma comunque efficaci). Ma ci racconta soprattutto la storia di due personaggi storici realmente esistiti: una “strega” del Seicento – donna libera e ribelle, legata alla terra e alle stagioni – e l’uomo che ha cambiato per sempre la storia dell’Inquisizione e della Chiesa, Alonso de Salazar Frías, una sorta di Guglielmo da Baskerville realmente esistito che ha cercato di portare la luce della ragione e del metodo investigativo nei processi per stregoneria, assolvendo la stragrande maggioranza degli accusati. Eugenia Rico ci accompagna in un viaggio attraverso la Spagna che “è soprattutto un viaggio per capire la Spagna” con un libro che è riflessione appassionata e fantasia sfrenata al tempo stesso. Nei momenti migliori di fiction è carnale, crudo, appassionante; ma quando vuole essere un pamphlet o peggio un saggio sulla stregoneria e la condizione della donna nel Seicento, mostra più di una crepa.

LEGGI L’INTERVISTA A EUGENIA RICO



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