Il serpente di Venezia

Il serpente di Venezia

Venezia, XIII secolo. Il senatore Brabanzio, il soldato Iago ed il mercante Antonio attendono sul molo l’arrivo del Matto, Taschino. Lo hanno invitato alla cantina del senatore per bere l’Amontillado – pregiato vino liquoroso prodotto nella Spagna meridionale – che Brabanzio si è fatto spedire. Insieme brindano: chi alla Serenissima, chi al Carnevale, chi a Desdemona – figlia del senatore, sposatasi di nascosto con Otello. Il Matto, che già ha assaggiato la bevanda, decreta che Brabanzio è stato raggirato, in quanto quell’Amontillado sa di pece. E si accorge anche di un’altra cosa: che il vero motivo per cui si trova nella cantina non è per gustare quel vino raro, ma perché i tre lo vogliono avvelenare. E così è. Il Matto viene meno, si addormenta. Si risveglia mentre il senatore lo sta murando vivo in una catacomba, con i piedi immersi nell’acqua della città. Passa qualche giorno, ma il Matto non è ancora morto. Avverte una presenza dietro un muro e si mette ad urlare affinché possano sentirlo. Invece di ricevere una risposta ode delle urla strazianti, di qualcuno che soffre, poi il silenzio. Un’ora dopo percepisce qualcosa, un qualcosa che striscia tra le sue gambe...

Christopher Moore non è nuovo a romanzi goliardici e divertenti. Anzi, è decisamente un habitué. Che siano fantastici – Mordimi!, Un lavoro sporco – o storici (Fool), la loro costante è sempre e solo una: lo sberleffo, la risata. Amara, ironica, sincera, è presente in tutte le sue sfumature. E questo romanzo non fa eccezione. Ma occhio a prenderlo sotto gamba. In esso, come riporta lo stesso autore nella postfazione, si mescolano più storie: Il barone di Amontillado di Edgar Allan Poe, Otello, Il mercante di Venezia e Re Lear, vicende scritte da grandissimi della Letteratura, veri tòpoi dell’immaginario collettivo. I continui richiami a questi capolavori, le continue parodie, la maestria con cui si snoda la trama simboleggiano una padronanza del testo fuori dal normale. Consapevole di essere un burattinaio provetto, Moore si permette continui salti da un personaggio all’altro, portando avanti più sottotrame con coerenza e facendole sciogliere, come d’altronde accade in teatro, nel finale, non senza colpi di scena. Unico neo di questo libro brillante è il ripetersi estenuante di parolacce e volgarismi vari, una coprolalia che pare forzata e superflua, sebbene caratteristica della prosa dell’autore. Volgarismi che però di certo non impediranno al lettore onnivoro del XXI secolo la lettura di un romanzo storico divertente, ironico e per giunta appassionante.



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