Il sesto faraone

Il sesto faraone

Aprile 1921. Mentre si trova a Cadice senza soldi e senza patria, il giovanottone montenegrino Neron Vukcic, alto e atletico ma sovrappeso (arriva ad oltre un quintale), ora con il suo vero nome (aveva fatto la spia e poi trascorso sette anni ramenghi), viene invitato in Egitto dall’ultraottantenne uomo d’affari Taamar Margulies per un’indagine delicata. Gliela illustra in tedesco: dovendo dividere fra i quattro figli le quattro sedi della ditta (Costantinopoli, Trieste, Cadice, Alessandria) vuole valutare bene la situazione egiziana. Lì una delle due donne, la più piccola di tutti, la bionda serena Miriam, è sposata dal 1909 con il fatuo mercante ebreo Aaron Peres (hanno un ragazzino, Ruben), sui comportamenti commerciali del genero Margulies non è tranquillo. La città mediterranea è meravigliosa e moderna, quasi 600.000 abitanti di cinque lingue e una dozzina di religioni, luce elettrica e acqua potabile, arricchita dal traffico sul canale di Suez. Vengono presentati a Vukcic parenti e amici; mentre dormono, dopo un’ottima cena, si sente uno sparo. Nel padiglione ci sono morto il piccolo antiquario greco cipriota, traffichino e strozzino, Eleftherios Theofanous detto Lefteris, e svenuta Miriam, in pigiama, con la pistola in grembo, a lungo intontita. Viene arrestata e l’incarico evolve: l’avvocato Horne difende la donna, Vukcic deve trovare chi e perché ha ucciso. Ci sono di mezzo traffici occulti o illeciti, non solo di reperti archeologici. Avvengono altri omicidi, forse connessi. Il capitano Cyril Johnston usa cortesia verso Miriam ma è convinto sia incontrovertibilmente colpevole…

Un altro lindo colto giallo classico per il saggista e consulente editoriale Adriano Bon, ben conosciuto come affermato scrittore grazie allo pseudonimo Hans Tuzzi (personaggio di Musil) sia per la decina di avventure con il commissario Melis (2002-2015) sia per il precedente (2014, ambientato nel 1914) dell’annunciata trilogia storica dedicata all’ex agente segreto asburgico Vukcic, che molto richiama Nero Wolfe. È grosso e ateo, esperto di cucina, nato nel 1893 in Montenegro, amante della cioccolata e delle orchidee, poliglotta e decrittatore, grande osservatore curioso. Prepara un perfetto Tuxedo. E cita di continuo frasi e opere di grandi scrittori (pur non conoscendo ancora Agatha Christie): Marlowe Flaubert Carroll Baudelaire Platone Plutarco Congreve Shakespeare e via leggendo. Nella storia si incrociano personalità reali, anche del mondo culturale come Konstantinos Petrou Kavafis (1863-1933) e Margaret Alice Murray (1863-1963). Preferendo l’arabesco alle linee rette, nel deserto vanno con un decrepito furgone Fiat 15 ter ma trovano quel che cercano. Restano ben accennate sullo sfondo le dinamiche di politica internazionale di quegli anni, rispetto al protettorato inglese, alla vicina Palestina e alle crisi degli imperi (incipiente per quello ottomano). Dettagli d’epoca: belli i gioielli della XII dinastia, i faraoni sono anche una marca di sigari. Menu stellati. Molto champagne, vari rossi francesi, pure fiaschi italiani e il Chianti. Dotte citazioni enogastronomiche, ad esempio sulla frittata poco sbattuta di Artusi, alla fine resta la curiosità di conoscere lady Consydine oltre alla ricetta della cioccolata in tazza degustata nel convento.



 

 

 

 
 
 
 

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