Il Signore degli Anelli - La Compagnia dell'Anello

Quando Bilbo Baggins annuncia di voler festeggiare il suo centoundicesimo compleanno con una festa memorabile, tutta Hobbiville - ma che dico, tutta la Contea! - entra in agitazione. Bilbo è infatti un hobbit un po’ sui generis: innanzitutto è innaturalmente longevo, poi in gioventù (diavolo, sono sessant’anni ormai, come vola il tempo) ha vissuto un’avventura incredibile durante uno dei suoi viaggi (una roba di draghi, troll e anelli che Bilbo promette da decenni di raccontare in bella prosa in un libro) e infine si dice che sotto alla sua casa abbia sepolto un enorme tesoro. Tutte cose che per i pigri, tremebondi e tradizionalisti hobbit sono affascinanti e spaventose al tempo stesso. E tutte cose che forse sono legate tra loro da un oscuro, terribile mistero. Il 22 settembre non è solo il compleanno di Bilbo, ma anche di suo nipote Frodo, che diventerà maggiorenne con i suoi 33 anni, di cui ormai dodici vissuti come figlio adottivo di Bilbo, con grande scorno degli altri parenti, che mirano all’eredità dell’anziano e stravagante hobbit, che immaginano ricchissima. Ad aiutare i due occupanti di Casa Baggins a organizzare questa festa a lungo attesa intervengono addirittura dei nani venuti da fuori e il più bizzarro e chiacchierato tra gli amici di Bilbo: lo stregone chiamato Gandalf, che ha preparato dei fuochi d’artificio che promettono meraviglie. Nell’imminenza della festa, vengono spediti talmente tanti inviti da paralizzare l’ufficio postale di Hobbiville, e il giorno fatidico lunghe file di hobbit si formano all’entrata del piccolo villaggio di tende messo su dai nani al servizio di Bilbo: qui i due festeggiati distribuiscono - come è usanza degli hobbit - i regali agli invitati. Tutto procede al meglio, ore e ore di pasti luculliani e solenni bevute, musica e un incredibile spettacolo pirotecnico, finché Bilbo non ottiene a fatica il silenzio dei commensali e pronuncia un breve discorso dal tono un po’ malinconico, dopodiché puf! letteralmente scompare. La costernazione si diffonde tra gli invitati: che diavolo è successo? Come ha potuto Bilbo architettare uno scherzo tanto di cattivo gusto? Domande destinate a restare senza risposta. Tornato visibile, l’anziano hobbit è corso a casa sua e si sta preparando per un lungo viaggio. Frodo lo raggiunge con aria mesta: è molto dispiaciuto che abbia preso la decisione di partire di nuovo, per chissà quali terre lontane, lasciandolo solo in quella casa piena di oggetti e di ricordi. Mentre i due hobbit si stanno accomiatando malinconicamente li raggiunge Gandalf, che ricorda a Bilbo la sua promessa di lasciare a Frodo un certo anello magico, proprio quello grazie al potere del quale è riuscito a fare il suo numero da prestigiatore alla festa qualche istante prima. Bilbo oppone una certa resistenza, sembra come attraversato da un’ombra oscura, ma poi cede e parte, chiudendo la porta dietro di sé con un sorriso incerto. Gandalf raccomanda a Frodo di conservare gelosamente l’anello, e parte anche lui per seguire i suoi misteriosi affari. A Frodo, novello e riluttante padrone di casa, non resta che ricevere la interminabile litania di parenti in visita...

A metà degli anni ’50 una notizia scuoteva il sonnacchioso ambiente accademico britannico: il maggiore studioso di letteratura anglosassone antica, J.R.R. Tolkien, cattedra a Oxford, aveva deciso di passare per una volta dall’altra parte della barricata e farsi lui stesso autore di una saga epica molto simile a quelle che fino a quel momento aveva brillantemente analizzato. Su pressione dell’editore, a malincuore Tolkien accettò di dividere la sua monumentale saga, Il Signore degli Anelli, in tre volumi da pubblicare a breve distanza l’uno dall’altro. Il primo – questo La Compagnia dell’Anello – si apre con un memorabile essay sugli Hobbit, una pacifica popolazione di buffi agricoltori tradizionalisti di piccola statura (e con i grossi piedi pelosi) così mirabilmente costruito da immergere il lettore nelle atmosfere sonnacchiose della Contea facendo sì che rimanga profondamente scioccato alla scoperta che proprio lì si cela “l’anello della forza assoluta, della tenebra che Shakespeare avrebbe chiamata l’universale lupo, (…) l’anello dell’abisso informe”, come lo definisce Elémire Zolla nella sua ispirata introduzione. Poi Tolkien passa a riassumere le vicende narrate nel suo precedente Lo Hobbit, poco più che un divertissement, spogliandole dell’aura fiabesca originale, inserendole in un disegno occulto e di proporzioni cosmiche e per così dire “storicizzandole”. Anche questo si rivela un passaggio assolutamente necessario per costruire un background credibile alle vicende epiche che lo scrittore si appresta a narrare, e che coinvolgono il lettore in un crescendo rossiniano che lo costringe come gli hobbit ad abbandonare certezze e quotidianità per addentrarsi in un mondo sempre più magico e irreale, sempre più letale. L’intero Il Signore degli Anelli, ma soprattutto questo La Compagnia dell’Anello, è un apologo sulla natura intrinsecamente malvagia del potere (di ogni potere). Eroe suo malgrado, Frodo è una figura paradigmatica e attraversa un vero e proprio percorso iniziatico che avrà il suo culmine ovviamente nel terzo romanzo della saga. È inevitabile che oggi gran parte dei nuovi lettori (o forse la totalità) si avvicini al romanzo dopo averne gustato la bella versione cinematografica di Peter Jackson, e quindi diventa ineludibile l’argomento delle differenze tra libro e film. Le più importanti, in questa prima parte? L’assenza dalla versione per il grande schermo della figura di Tom Bombadil, una sorta di elementale (uno Swamp Thing dall’aspetto umano, a ben vedere: no, Alan Moore?) che vive in una sinistra eppure affascinante foresta paludosa infestata da spiriti vegetali pieni di odio verso gli esseri a sangue caldo e che nella prima parte del plot di Tolkien ha un ruolo essenziale. E poi un’altra assenza: quella - molto tolkieniana - di qualsiasi accenno a romanticismo o sensualità: la sottotrama della liaison tra Aragorn e Arwen, essenziale nel film, qui è condensata in un paio di righe nemmeno troppo esplicite, e la splendida elfa interpretata da Liv Tyler qui su carta ha un ruolo molto più marginale. Qui di splendido c’è solo la scrittura di Tolkien.



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