Il signorino

“Parlava con una voce flautata che faceva un po’ senso, non si capiva se fosse un uomo o una donna. Se era un uomo, che parlasse con voce virile. Tanto più che era laureato”. Cresciuto in una famiglia che lo ha poco amato (la madre preferiva palesemente il fratello più grande, il padre praticamente lo ignorava), un ragazzino della Tokyo della fine dell’800 si ritrova orfano, diplomato in Fisica, senza lavoro e senza una casa sua. L’unica certezza della sua vita è l’acritica adorazione esercitata nei suoi confronti dalla vecchia governante Kiyo, che da anni lo vizia indecorosamente e non fa che ripetergli “Diventerai qualcuno”, anche contro ogni evidenza. A 23 anni il ragazzo, che Kiyo chiama con l’affettuoso e deferente nomignolo di Bocchan, ‘signorino’, viene nominato professore di Matematica e mandato in una sperduta cittadina in riva al mare nel nord del Paese. Qui il neo-professore - scorbutico, cinico, intrattabile – entra subito in frizione con i suoi allievi, che lo deridono apertamente per il suo accento e le sue abitudini gastronomiche, e con il personale della scuola, un gruppo di personaggi bizzarri a dir poco. Un preside laido e supponente con la faccia da tasso, il suo collega di Matematica Hotta, subito ribattezzato Porcospino per i capelli irti, il vicepreside con la sua voce flautata e le sue camice di flanella rosse indossate nonostante il caldo soffocante, il goffo ma gentile professore di Francese Koga, un ciccione dal colorito verdastro e l’insegnante di Disegno, Yoshikawa, un molesto umorista schifosamente leccapiedi di preside e vicepreside. Come se non bastasse l’ambiente di lavoro infame e la difficoltà per un ‘cittadino’ di vivere in un paesino di provincia senza nessuna attrattiva se non delle terme, il giovane professore è perseguitato dal suo affittuario, che gli propone ogni giorno qualche acquisto strampalato e si offende mortalmente ai suoi dinieghi. Giorno dopo giorno, il ‘signorino’ si rende conto che tra i suoi colleghi c’è una strana tensione sotterranea, un problema non risolto, un segreto...
Arriva finalmente in Italia uno dei classici-cardine della letteratura nipponica del XX secolo, letto nelle scuole da decenni e molto amato dal pubblico di tutte le età. Si tratta di una vicenda satirica e amara, capace di mettere a nudo sia le incongruenze della cultura tradizionale-feudale sia la grottesca corsa ai modelli occidentali. Il Giappone dei primi del ‘900 infatti sta attraversando un periodo storico di decisivi cambiamenti: una sanguinaria guerra con la Cina si è da poco conclusa, la guerra contro la Russia è in corso, il doppio sistema di potere shogunato-impero è stato messo definitivamente in crisi dai fautori dell'apertura all'Occidente, con la conseguente liquidazione del retaggio feudale e la progressiva scomparsa della classe dei samurai. Una selvaggia 'modernizzazione' del paese sta scientemente cancellando una cultura millenaria, partendo dall’abbigliamento fino all’economia. E un osservatore acuto e pungente come Natsume Soseki non può lasciar correre, sente l’urgenza e il bisogno di dire la sua (la leggenda vuole che l’autore iniziò il romanzo il 17 marzo 1906, e in un solo giorno scrisse 109 pagine direttamente in bella): lo fa raccontando la storia di un acido e supponente borghese sconfitto dalla vita trapiantato in una provincia degna di Beckett o Ionesco. E lo fa con uno stile essenziale, sbrigativo ma decisamente elegante, in una commedia ‘scolastica’ che sembra un manga, assolutamente moderna malgrado abbia ormai un secolo. Che non dimostra, eh.

 

 

 

 
 
 
 
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