Il silenzio della collina

Domenico Boschis, originario delle Langhe, è un attore di fiction molto conosciuto. Cinquant’anni ben portati, vive a Roma ormai da molti anni, per necessità e per scelta. Allontanarsi dai luoghi della sua infanzia ha significato anche fuggire dalla presenza e dal ricordo di un padre rude e violento, dal quale sua madre si è presto separata per rifarsi una vita con un altro uomo. Dopo aver ricevuto la notizia da parte dei sanitari che il padre è ricoverato in fin di vita presso un hospice di Alba, Domenico fa ritorno nella sua terra natale, venendo così a sapere che l’uomo ha un tumore al cervello giunto oramai alla fase terminale e di cui Domenico, per esplicita volontà del padre, non era stato informato. Il vecchio, spesso incosciente e sedato, biascica poche parole incomprensibili ma, mentre Domenico lo sta imboccando, all’improvviso pronuncia una sorta di invocazione rivolta al figlio. Sono solo due parole: “Domenico, la ragazza…”, dopo le quali il suo viso si deforma in un pianto senza voce e senza lacrime. C’è qualcosa di strano in quella specie di grido che non sembra dovuto alla malattia o alle medicine. Domenico, tornato a vivere per quel periodo nella vecchia cascina di famiglia ormai vuota, giorno dopo giorno ritrova tutti i suoi ricordi, tristi e felici, il sidecar del padre e i vecchi amici rimasti, Caterina e Umberto. Il suo tornare indietro nel tempo, oltre che una riscoperta delle Langhe e dei suoi simboli, come i vitigni e i suoi scrittori più noti e che Domenico ha sempre rifiutato, è anche una ricerca di indizi che possano dare un nome e una storia alla misteriosa ragazza invocata dal padre. È possibile, così come sembra, che il vecchio Bartolomeo, oltre che ad essere stato un cattivo padre, sia stato anche implicato nel rapimento di una bambina avvenuto cinquant’anni prima e il cui corpo venne ritrovato in una cascina non lontana da casa sua? Un fatto di cronaca del quale Domenico non sapeva nulla, ma di cui i vecchi del paese ancora hanno un ricordo che però preferiscono tacere…

Nel creare Il silenzio della collina Alessandro Perissinotto parte da due fatti veri: la malattia e gli ultimi mesi di vita del padre e il rapimento della piccola Maria Teresa Novara, avvenuto nel dicembre del 1968 e conclusosi tragicamente con il ritrovamento del corpo della tredicenne, rinchiuso in uno scantinato, morta per inedia. Senza l’intenzione di voler trasformare il romanzo in una nuova indagine, Perissinotto si immerge nelle atmosfere dolorose di quella triste vicenda utilizzando il proprio dolore ancora vivo a seguito della morte del padre. Nella fiction narrativa, il legame tra padre e figlio si evidenzia come indissolubile, nonostante il desiderio di Domenico di cancellarlo. Perché è vero che un marito e una moglie possono troncare il legame di parentela tramite il divorzio, mentre il legame di figliolanza non può essere spezzato. Di fatto, quindi, quando l’infanzia non è un periodo felice, si trasforma in una prigione dalla quale non si può sfuggire anche cambiando nome, anche impersonando di volta in volta un uomo diverso, così come Domenico forse cerca di fare trasferendosi a Roma e diventando attore. Il romanzo, poi, è anche un’occasione per raccontare un altro aspetto della violenza sulle donne, a dimostrazione che questo maledetto fenomeno non è frutto dei nostri tempi, ma aspetto malsano e cancro di vecchia data. Lo stile asciutto ‒ forse un po’ troppo ‒ della narrazione rispecchia in qualche modo il carattere di Domenico, divenuto quasi anaffettivo a causa di un padre che, giunto alla fine della propria vita, sente il rimorso per ciò che ha fatto ed è costretto a chiedere l’aiuto di un figlio, che a modo suo e nel modo peggiore, forse, ha sempre cercato di proteggere anche e soprattutto dalle proprie azioni sbagliate.



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