Il silenzio imperfetto

Il silenzio imperfetto
Gaetano Flores è un tranquillo e comune giornalista di nera, in Sicilia, dove vive dibattendosi quotidianamente tra ansie da single, avventure femminili più o meno importanti, questioni di lavoro. E mafia. A Palermo, infatti, parlare di cronaca nera e scriverne, il più delle volte, significa parlare e scrivere di manovalanza della mafia, di punta di un iceberg che ha certamente radici più profonde e diffuse. La morte ‘accidentale’ di un uomo che minaccia il suicidio per protesta buttandosi dal tetto della sede del Comune, lo storico Palazzo delle Aquile, e che non viene salvato per un errore del pompiere che ne stava tentando il salvataggio; la morte ‘accidentale’ di una giovane impiegata dello studio Barretta, uno dei maggiori studi di assistenza legale della città di Palermo, che cade da una scogliera: nell’uno e nell’altro caso le apparenze sono ben lontane dalla realtà. Dietro quelle morti  di gente ‘normale’, cui ne seguiranno altre, nel corso del romanzo, su cui il giornalista Flores è chiamato a scrivere per il suo giornale, e per questo decide di collaborare con il commissario di polizia incaricato delle indagini, si dipanano lentamente aggrovigliati fili di una matassa che mette insieme le aspirazioni personali di un uomo che aspira al potere, classe politica locale e nazionale, interessi economici e finanziari, funzionari pubblici, grandi e piccoli imprenditori, enormi ricchezze, elite sociali e povera gente: in una parola, quella matassa grigioscura che occupa tutti gli interstizi tra Stato e società e che reca il nome generico di “mafia”. Il lento sdipanarsi della matassa, ad opera del giornalista e del commissario, naturalmente porterà alle reazioni di tutto quel ‘sistema’, omertoso e colluso, che dallo status quo trae vantaggio ed alimenta il proprio potere e la propria ricchezza...
Eppure il romanzo di Penna non si può dire, stricto sensu, un romanzo sulla mafia o di mafia. Piuttosto, dietro le normali dinamiche del fatto di sangue verificatosi in una provincia italiana, il racconto di Penna tende ad affrescare l’oltre dall’apparenza, la sintassi profonda di una società (non quella siciliana, ma quella italiana) in cui l’intrallazzo e l’equivoco, la duplicità e l’ambiguità delle relazioni sociali sono comportamenti e caratteristiche non solo ‘tollerate’, ma da tutti adottate e ritenute cònsoni. Se poi questo lo si cala in una realtà storicamente determinata da percorsi non facili, come quella siciliana, allora il risultato sarà ben riassunto dalle parole di un amico di Gaetano Flores: “Sai cosa fa diversa questa terra, Gaetano? Molti credono, ma pochi lottano e spesso le avanguardie di quella lotta si trasformano in cavalli di troia. L’Onorevole Scherma rende loro la pariglia. E’ abile e intelligente. Lo hai visto come è diventato più antimafioso dei migliori campioni dell’antimafia?”. Ed è proprio l’onorevole Scherma, il personaggio più enigmatico e più inquietante del romanzo, a confermare la cifra di fondo della macchina narrativa ideata da Penna: una cifra che s’incardina sui chiaroscuri, su di un’alternanza tutt’altro che armonica di buio e luce, di verità e menzogna, di essenze ed apparenze. Come in un teatrino dell’equivoco, dove il cielo di carta della commedia viene d’improvviso squarciato a mostrare la tragedia che vi si nasconde oltre e che su tutto incombe.

Leggi l'intervista a Aldo Penna

 

 

 

 
 
 
 
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