Il sindacato dei poliziotti yiddish

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“Sono tempi strani per essere un ebreo”. Qualche mese prima cinquecento testimoni hanno giurato di aver intravisto del bagliore dell’aurora boreale dei cieli dell’Alaska i lineamenti di un volto umano. E una settimana prima, in mezzo al panico e alle piume di un macelleria kasher una gallina si è rivolta allo shochet che già brandiva il coltello per sgozzarla e gli ha annunciato in aramaico l’imminente avvento del Messia. Da nove mesi il poliziotto Meyer Landsman, lo shammes più decorato del Distretto di Sitka, una sghemba parentesi di coste rocciose lunga 240 km e larga 40 km nel punto più ampio in cui abitano cinque milioni di ebrei, vive all’Hotel Zamenhof in compagnia di qualche bottiglia di liquore e di tanti, troppi ricordi. Due anni prima il suo matrimonio è imploso per una gravidanza andata male e da poco la sorella minore Noemi è morta in un incidente stradale. Landsman è un duro: ha arrestato parecchi criminali pericolosi, ha affrontato shtarker e psicopatici, ha sparato e gli hanno sparato, ha picchiato e lo hanno pestato, ma nessuno sospetta che ha letteralmente il terrore del buio. Sta quindi dormendo con la luce accesa quando il portiere di notte del Zamenhof, Tenenboym, “un ex marine che con la sua dipendenza da eroina ha chiuso negli anni Sessanta, tornato a casa dal macello della guerra di Cuba” lo viene a svegliare. L’occupante della camera 208, Emanuel Lasker, un ometto anonimo con il vizio della droga, è stato trovato morto: gli hanno sparato in testa usando un cuscino come silenziatore. Il cadavere è disteso composto sul letto, accanto a lui c’è una scacchiera: l’impressione è che ci fosse una partita in corso, con il re nero sotto scacco al centro e i bianchi in vantaggio di un paio di pezzi…

Tra tutti i generi letterari (con l’eccezione forse del Fantasy), il Noir nella sua declinazione hard-boiled è senza dubbio quello in cui è più difficile trovare opere davvero originali. Romanzi emozionanti, avvincenti, magari anche capolavori se ne trovano relativamente spesso: i libri realmente innovativi invece scarseggiano. Ci si rifugia quasi sempre in (splendidi) cliché, si declinano (splendidi) schemi narrativi già visti, ci si affida a profili di personaggi rassicuranti nella loro (splendida) prevedibilità. Qui no. Ne Il sindacato dei poliziotti yiddish di originalità ce n’è a mucchi. Il romanzo è costato a Michael Chabon cinque anni di duro lavoro, a loro volta partiti cinque anni dopo lo spunto che ha dato origine a tutto, la pubblicazione di un essay sulla rivista “Harper’s” in cui l’autore accennava alla questione dell’esodo ebraico in Alaska. In sostanza, si è scoperto che il Presidente Franklin Roosevelt, durante la Seconda guerra mondiale, aveva proposto di accogliere in Alaska tutti gli europei di religione ebraica in fuga dalle persecuzioni naziste. L’idea – non molto felice, a dire il vero – fu bocciata e cadde nel dimenticatoio. Chabon immagina che invece sia andata in porto: i rifugiati ebrei provenienti dall’Europa sono stati sistemati su un tratto della costa dell’Alaska e lì sono rimasti anche dopo il 1948, quando il neonato stato d’Israele è stato spazzato via da una confederazione di Stati arabi. Lo status di territorio indipendente di Sitka – ottenuto per soli sessant’anni – sta però per cessare: tra pochi mesi la sovranità tornerà all’Alaska con la cosiddetta Restituzione, che minaccia di causare una ennesima, dolorosa diaspora. Non sono solo queste le differenze nella storia alternativa immaginata da Chabon: l’URSS conquistata da Hitler, Berlino rasa al suolo da ordigni nucleari, una guerra tra Stati Uniti e Cuba nel 1960, JFK che non viene assassinato e sposa la Monroe e così via, anche se a questi eventi è dedicato solo qualche accenno qua e là. L’autore – ebreo anch’egli e proveniente da una famiglia di origini russe, polacche, lituane e di cultura profondamente yiddish – non sembra infatti tanto interessato a sfruttare l’ambientazione ucronica (malgrado il romanzo si sia aggiudicato i tre massimi premi della Fantascienza internazionale: Hugo, Nebula e Locus), quanto piuttosto a lanciarsi in spettacolari neologismi e in una travolgente ma struggente satira della cultura ebraica. Accanto a scacchi, aspiranti messia, intrighi, omicidi e sette millenaristiche trovano spazio anche la malinconia, il rancore, i rimpianti, l’inadeguatezza, la fragilità dell’amore. Un romanzo di genere con un plot avvincente, pieno zeppo di idee brillanti, ricco di sperimentalismi narrativi e linguistici, scritto da dio. Esiste qualcosa di più da chiedere a un libro?



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