Il sogno cattivo

Il sogno cattivo
Siamo negli anni Settanta: Penelope è la figlia unica di una facoltosa famiglia borghese romana, gli Anselmi. È una bella ragazza altissima e magrissima che a soli diciassette anni è costretta ad affrontare due tragici lutti: la perdita dei genitori in atroci circostanze e l’abbandono della migliore amica, Margherita, costretta alla clandestinità dopo aver scelto la lotta armata. Penelope in questi tragici eventi avrebbe potuto fare la differenza - per un motivo o per un altro - ma il suo non agire ha dato alla storia un corso che adesso è costretta a subire e seguire, suo malgrado. Dopo una parentesi durissima durata alcuni anni, la ragazza trova la forza di riprendere in mano la propria vita e rimettersi in piedi grazie all’amore di una suora prima e di un uomo poi, Edoardo. Una volta raggiunta una serenità accettabile, Penelope avverte il bisogno di far pace col passato e cerca un modo per rimettersi in contatto con Margherita. Unica traccia, l’amicizia dell’amica con Ricardo Serventi, un terrorista che sta scontando la pena nel carcere di Rebibbia. Grazie ad un escamotage Penelope riesce ad ottenere un permesso per visitare il carcere, conosce Riccardo e con lui stringe un rapporto di amicizia. Nell’affannosa ricerca dell’amica arriva per un’altra via anche a conoscere Emanuele, gemello di Riccardo, un pentito che vive ad Orvieto nonché ex fidanzato di Margherita e anche con lui inizia una frequentazione...
Prima prova di scrittura per la D’Aloja, ottima attrice (basti citare "Il bagno turco" di Ferzan Ozpetek) e regista (suo un documentario girato all’interno del carcere di Rebibbia) che attinge alla sua capacità di osservazione e mimesi per tratteggiare e raccontare personaggi che subito dalle prime pagine ci appaiono a tutto tondo. Sono protagonisti che respirano, i suoi, che vivono e si lasciano vivere, che criticano e si autocriticano, che vedono la realtà e le possibili conseguenze dei loro gesti senza per questo evitarli. "Io ho la capacità di vederli i guai in cui mi caccio. Li vedo, minacciosi, li vedo scritti in rosso, che lampeggiano come un allarme e mi indicano una via di fuga. Ma io la rifiuto. Mi ci voglio infilare nei guai, con il coraggio di un’imbecille e l’incoscienza di un cieco", fa dire a qualcuno l'autrice. La D’Aloja ha il pregio di una scrittura leggera, veloce, efficace, femminile senza essere ridondante né melensa. Gli eventi si susseguono intrecciandosi e più le storie si sovrappongono, più la tensione cresce. È impossibile non identificarsi con uno dei protagonisti quale che sia, perché ognuno di noi ha sperimentato quei turbamenti, quei dubbi, quei sentimenti, quelle bugie o le situazioni nelle quali si trovano immischiati. Le soluzioni narrative adottate (lettere, continuo rimuginare della protagonista) svelano al lettore qualcosa in più oltre ai fatti, un qualcosa che una volta arrivati alla fine fa fare un sorriso complice. Gli anni Settanta sono solo sullo sfondo, fanno solo da cornice e arrivano nel presente di Penelope solo con le loro conseguenze, ma proprio per questo forse sono più difficili da dimenticare.

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