Il sole dell’avvenire

Ravenna, 1875. Attilio Verardi ha appena passato una notte in cella. La sera prima, ubriaco, ha attaccato briga con uno che aveva osato insultare Garibaldi. Quel Garibaldi che lui – quando era solo un fornaio di vent’anni – aveva seguito in Francia per combattere a fianco della neonata Terza Repubblica contro l’esercito di Napoleone III, quel Garibaldi che per lui è un mito. Lo sa che “dovrebbe” simpatizzare per i cosiddetti internazionalisti, del resto “Bakunin e il Generale si erano abbracciati platealmente durante un congresso dell’Associazione internazionale dei lavoratori”, ma diffida istintivamente di idealisti, teorici e fanfaroni. Lui è un tipo quadrato, semplice. E sa cosa deve fare. Deve trovare un qualsiasi lavoro per guadagnare qualche soldo: nonostante la miseria nera infatti ha promesso che la domenica successiva porterà a ballare al Circolo Mazzini la giovanissima fidanzata Rosa, appartenente a una famiglia di mezzadri, i Minguzzi, che non lo vedono per niente di buon occhio…
Evangelisti torna agli antichi amori con questo romanzo che nelle sue intenzioni è il primo di una trilogia. Torna alla sua memorabile tesi di laurea sulla storia del Partito Socialista Rivoluzionario, che divenne un libro nel 1981 ma fu osteggiata in tutti i modi perché ritenuta politicamente “eretica” dalla sinistra istituzionale (e solo recentemente è tornata in libreria per i tipi di Odoya). Avendo trovato sbarrata la porta d’ingresso, forte di una luminosa e fortunata carriera di narratore di genere, si è deciso a passare per la finestra, inserendo la figura di Andrea Costa e il suo impatto sul panorama politico degli ultimi trent’anni dell’800 tra le maglie di una fiction appassionante e dal forte afflato popolare. Le lotte e gli amori dei  personaggi di Evangelisti si stagliano sullo sfondo di una Romagna paludosa e malarica, percorsa in lungo e in largo da un esercito di ultimi, braccianti stagionali precari finanche nell’anima, anime in pena che passano la vita a elemosinare un impiego e a sognare un riscatto sociale. Più John Steinbeck che Novecento di Bertolucci.

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