Il sole dell’avvenire - Nella notte ci guidano le stelle

Bologna, inverno 1920. Spartaco Tito Vezio Verardi ha da poco sepolto il padre Canzio, ma non è né triste né addolorato, è solo confuso. Amava il padre, ma la politica aveva scavato un solco profondissimo tra di loro: Canzio mezzo socialista mezzo anarchico, Tito fascista, nazionalista ed ex legionario fiumano. Il ragazzo non ha il becco di un quattrino e per il futuro conta sull’eredità paterna, anche se sa che per ottenere qualcosa dovrà superare il disprezzo di sua madre e di tutta la famiglia, che lo considera un miserabile rinnegato. Vive come un eremita in un sottoscala a pochi passi dalla sede del Fascio di combattimento, in via Marsala, ma malgrado la militanza appassionata non è per nulla convinto della direzione che sta prendendo il movimento fascista. Industriali e proprietari terrieri lo stanno sovvenzionando pesantemente perché lo considerano l’unico argine efficace contro i bolscevichi. “Aderiscono cattolici, monarchici, esponenti putridi del liberalismo”, mentre Tito ricorda di essersi unito “a un movimento rivoluzionario, repubblicano e anticlericale, deciso a spazzare via – assieme alla canaglia socialista – la borghesia antipatriottica e speculatrice, non a fare gli interessi di grassoni più obesi dei loro gatti”. Dirigenti e camerati si dicono d’accordo con lui, gli chiedono di pazientare spiegando che il patto scellerato con la borghesia conservatrice è solo una tattica momentanea e che al momento opportuno il fascismo farà i conti anche con lei. Nel frattempo, c’è da spazzare via i rossi. I camerati di Ferrara hanno chiesto l’appoggio dei fascisti di Bologna, la trafila è più o meno sempre la stessa: incidenti, commissariamento della giunta “rossa” di turno, espulsione di consiglieri socialisti, proibizione delle bandiere rosse. “Così pian piano ci prendiamo l’Italia”, dice sempre a Tito con una luce entusiasta negli occhi il giovane camerata Ghinelli…

Capitolo conclusivo per la trilogia di Valerio Evangelisti Il sole dell’avvenire, dedicata alle tormentate vicende di una famiglia romagnola tra 1870 e 1945. In questo volume più che nei precedenti, i protagonisti si trovano nel maelström di cambiamenti storici epocali: l’avvento di Mussolini e il Ventennio fascista, la Guerra Civile spagnola, la Seconda guerra mondiale, la Resistenza, la Liberazione. Non era affatto facile governare una materia tanto ribollente e complessa, ma Evangelisti è narratore esperto e se la cava con mestiere e passione, regalandoci personaggi tridimensionali e credibili, che non cadono nella trappola del manicheismo e – sarebbe stata la conseguenza immediata – della banalità. Lo scrittore bolognese padre di Nicolas Eymerich non ci mette solo perizia, ma anche cuore: è chiara in trasparenza la riflessione dolente su un ideale, quello socialista rivoluzionario, che dopo le speranze di fine Ottocento e il disastro del Biennio rosso nemmeno in Spagna e con la lotta partigiana durante l’occupazione nazista riesce a realizzarsi. Il sole dell’avvenire sorge con le sue meravigliose promesse di libertà e uguaglianza, fallisce la presa del potere, si annacqua irreversibilmente nel dopoguerra, infine – in attesa, chissà, di una nuova alba – tramonta.



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