Il sonnambulo

Il sonnambulo
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Giugno 1992. Francavilla sembra quasi bella, alla luce del crepuscolo; basta guardare solo il borgo medievale e trascurare il resto. A valle, infatti, c’è la decadente epoca nostra: periferie senza piazze, senza campanili e senza monumenti, grigiore, borghesia spicciola, palazzacci, alienanti villette a schiera. In un parcheggio c’è una Bmw color canna di fucile. Nella Bmw stanno Leonardo e Monica, a parlottare. Sono amanti da qualche anno, ma sembra che si stiano allontanando un po’. Stanno sui 40. Lavorano per la stessa azienda, la Alutec, 700 dipendenti, 15.000 metri quadri di capannoni coperti, commesse da tutta Europa, il culo parato dalla Efim, un ente statale che le ripiana periodicamente i bilanci con allegra disinvoltura, e con la complicità di un partito socialdemocratico potentissimo. Lei è segretaria di direzione. Lui è direttore. A lei dà fastidio conformarsi alla morale, è una che rifiuta la tv e non legge i giornali. A lui sembra scivolare tutto addosso, da un certo tempo in qua; tolta una feroce gastrite è uno che si mantiene bene. Abbastanza. A casa, lui ha sua moglie, Paola, ex tennista, più giovane della sua amante. Come coppia hanno perso naturalezza. Forse perché non sono riusciti ad avere figli, rimanendo velleitari sul discorso dell’adozione. Si tradiscono con una certa facilità, piano piano stanno diventando due fantasmi l’uno per l’altra. All’orizzonte c’è già una nuova amante, Carla, stagista in Alutec. È una che sembra di passaggio e forse non lo è. È una che ha lo sguardo fragile e ambizioni molto diverse dal fabbricare l’alluminio. Le piace fare teatro. Carla ha qualcosa di Leonardo da ragazzo: la sfrontatezza, l’ingenuità, una certa idea di coerenza. Forse è romantica, eppure sa già come vanno a finire certe cose (“Alla fine tutti stanno male, basta darci il tempo”). Forse è la via di fuga che Leonardo aspettava. Forse è la giovinezza che se ne è andata. Forse è una creatura di fumo. E poi c’è Corrado, suo vecchio amico d’infanzia, collega in Alutec, e in Alutec suo mentore: è stato lui a farlo entrare in azienda, facendogli cambiare partito, abbracciando in toto quel “feudo dei socialdemocratici” tanto distante dalle sue idee rivoluzionarie di giovinezza...

A sette anni di distanza dalla sua notevole allegoria dell'esperienza coloniale italiana, Ali di sabbia [Alet, 2007], Valerio Aiolli, scrittore toscano classe 1961, da più parti accostato a Bilenchi per ragioni stilistiche, ha pubblicato un nuovo romanzo allegorico, stavolta certamente più politico: Il sonnambulo, uscito per Gaffi, benedetto da un’ispirata copertina del maestro Ceccato, è una rilettura drammatica del rovinoso e torbido periodo di transizione tra la Prima e la cosiddetta “Seconda Repubblica”, a poche settimane di distanza dalla strage di Capaci. L’artista toscano ha lavorato per venticinque anni in azienda, e questa sua preziosa esperienza ha certamente contribuito a restituire uno spaccato credibile e tutto sommato probabilmente fedele del lessico, delle dinamiche relazionali e delle contraddizioni di certe strutture; Aiolli è stato particolarmente apprezzabile nella denuncia delle connivenze e delle collusioni tra certi partiti e certe fabbriche, spietato nell’osservare i fiacchi tentativi dei nuovi segretari di rinnovare partiti che non avevano nessuna possibilità di cambiare, equilibrato nel raccontare il progressivo scioglimento dei grandi enti pubblici. Altrettanto apprezzabile, in questo romanzo, è la restituzione della freddezza, del distacco e della fragile partecipazione nei suoi passaggi da un’amante all’altra, cercando forse di non deludere troppo nemmeno la moglie; questa eccessiva fluidità nel cambio di ruoli contribuisce a far capire come sia stato possibile che un idealista si sia mutato, senza colpo ferire, in un plastico ingranaggio di una delle macchine più corrotte che c’erano in circolazione, quasi appunto in automatico, con l’irresponsabilità di un sonnambulo. Molto meno convincente ‒ anzi piuttosto debole, soprattutto col dipanarsi della trama ‒ la descrizione del rapporto di amicizia e di rivalità con Corrado (rapporto che invece ha avuto addirittura una quarta di copertina dedicata, in questa edizione); non solo non ha particolare centralità nel romanzo, ma è piuttosto ellittico e puntinato di opacità, quasi fosse stata una estetizzazione di un vissuto autoriale scritta con qualche rimorso. Probabilmente la differenza politica originaria tra i due, uno comunista l’altro socialista, poteva essere più dettagliata e approfondita; Leonardo accenna ad aver preso le distanze da certo radicalismo dopo il disastro degli anni Settanta e della lotta armata, ma forse non basta a giustificare la sua successiva morbidezza. Una morbidezza che sconfina nel fatalismo, con un risveglio forse impossibile. In epigrafe, una battuta di Kazimierz Brandys [1916-2000], intellettuale polacco, alfiere della gioventù socialdemocratica, anticomunista: “Non esiste nulla di più demoniaco della mediocrità”. Sarebbe piaciuta a Bilenchi.



 

 

 

 
 
 
 

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