Il sovrano delle ombre

Il sovrano delle ombre
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Javier Cercas ha un prozio, Manuel Mena, che è morto nel 1938 nella battaglia dell’Ebro. Era un brillante studente, uno dei giovani più promettenti di Ibahernando, il paesino dell’Estremadura in cui era nato e cresciuto. La sua nipotina, la madre di Javier, stravedeva per lui. A diciassette anni si era arruolato con i falangisti e aveva combattuto contro tutto ciò che oggi riteniamo giusto e democratico, fino a diventare ufficiale nel corpo dei Tiradores de Ifni. Di lui restano una manciata di fotografie e alcuni documenti dell’epoca. Qualcuno ha bruciato tutto, a un certo punto: le lettere, i diari. Manuel Mena oggi è l’eroe di famiglia e al tempo stesso la sua vergogna. Javier Cercas ci pensa da tutta la vita, che dovrebbe scrivere la storia di suo prozio. Che dovrebbe guardare oltre ai ricordi della madre, al silenzio degli altri parenti, al cugino eurodeputato di sinistra rassegnato delle proprie origini di destra. Quando decide di partire per Ibahernando non sa di preciso cosa scoprirà, né perché lo stia facendo. Non sa se riuscirà a scrivere questo libro, non sa se è diventato scrittore proprio per questo, per dare voce a ciò che gli è stato raccontato in maniera incompleta. Quello che trova, tornando alla casa che forse venderà, quando sua madre non ci sarà più, sono i compaesani che hanno conosciuto Manuel Mena, che si ricordano di lui, ma che soprattutto ricordano cosa hanno significato, per la Spagna, gli anni della guerra civile…

Achille, nell’Iliade, è l’eroe invincibile, che con la sua ira funesta condiziona gli umori di un intero esercito. Lo stesso Achille, nell’Odissea, compare solo in un piccolo momento: Ulisse scende nell’Ade e lo incontra, ma è impoverito dentro, senza memoria del guerriero che è stato. Parole sue, preferirebbe essere il servo di un servo, ma vivo, piuttosto che un sovrano nel regno delle Ombre. Achille è l’immagine di Manuel Mena: bello, intelligente, coraggioso, che si batte per difendere la patria e i suoi ideali, o così crede. Il prozio morto giovane, il prozio eroe di guerra, il prozio fascista. È il confine tra l’eroe a cui i bambini vorrebbero assomigliare e il parente scomodo di cui vergognarsi. Lo abbiamo tutti, in famiglia, un parente scomodo. Quello che è morto tanto tempo fa, che si nomina il giorno del compleanno e dell’anniversario, si snocciolano uno o due aneddoti futili e poi, giunti al famigerato “dunque”, si cambia discorso. Javier Cercas, alcuni anni fa, ha sentito che era il momento di non cambiare più discorso. Questo romanzo è un lungo liberarsi da un peso, ammettere che la sua famiglia appoggiava Francisco Franco, ammetterlo senza giudicare, ma guardando più a fondo. Ponendosi domande. Cosa ha spinto un ragazzo così intelligente a scegliere di stare dalla parte sbagliata? Se fosse sopravvissuto, se fosse vivo ancora oggi, rifarebbe quello che ha fatto? Per chi voterebbe,oggi?



 

 

 

 
 
 
 

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