Il supplente

Il supplente
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Maine, USA. Nel gennaio 2014 parte il corso di formazione per insegnanti supplenti. Otto iscritti, tutti con l’obiettivo di ottenere il certificato che avrebbe fruttato loro cinque dollari in più per ogni giorno di supplenza. Prima tecnica: metodo del “votare è potere”. Strumenti a supporto: un mare di post-it. Subito dopo si passa ad esplorare il mondo degli “obiettivi di apprendimento”, che si riducono ad un unico principio: formare allievi rispettosi. E così, snocciolando tecniche ed esperienze, sigle e consigli, passando per le impronte digitali, Nick, cinquantasette anni per un metro e novantacinque di altezza, è finalmente e ufficialmente un insegnante. L’11 marzo la prima chiamata: sostituzione di un giorno dell’insegnante di matematica alle superiori. Il momento del confronto diretto con la classe è arrivato. Da tenere a mente: non dare corda ai ragazzi. Spegnere il caos. Usare l’ironia. Fare attenzione alla campanella. Nessun contatto fisico con gli allievi. Quegli allievi che entrano ed escono dall’aula come se fosse la cosa più naturale del mondo. Qualche giorno dopo arriva la seconda chiamata. Questa volta per la scuola elementare. Ma alla terza giornata, con l’ennesima chiamata, arriva lo sconforto: giornata impegnativa, caos e distrazione. Inevitabile lo scatto d’ira. La stanchezza fa brutti scherzi e il fisico inizia a cedere. L’errore è dietro l’angolo e si spera che sia rimediabile…

Nessuna retorica, nessuna pretesa. Un racconto dell’ultimo squarcio di anno scolastico in ventotto giornate, raccontate con lo stile della cronaca. Lo spaccato che ne viene fuori mostra una scuola decisamente ‘american style’: ritmi serrati e lezioni scandite della voce della direttrice nell’altoparlante che iniziano con il giuramento di fedeltà. Esattamente come da immaginario diffuso attraverso telefilm e serie tv. Difficile, però, provare a fare un confronto con il modello di scuola italiano, molto lontano da quello americano. Eppure, esattamente come nella scuola italiana, alcuni alunni sono ostili, altri ciarlieri: “possono capitare ragazzi buoni e ragazzi cattivi. E alle volte capita che a essere buoni siano proprio i ragazzi cattivi”. Nicholson Baker, con passione e con un linguaggio semplice ed immediato, sottolinea quanto il mondo della scuola possa diventare disorientante: se non si riesce a mantenere il timone saldo, può diventare facile perdersi. Il supplente deve sapere di tutto (“sono un supplente, quindi insegno qualunque cosa”), è una sorta di supereroe della scuola. Un eroe molto umano, che guarda interessato, ma anche spaventato e, a tratti, stupito, chi gli è di fronte. L’unico modo per sopravvivere e per fare bene il proprio mestiere è racchiuso in “una parola che non puoi assolutamente pronunciare in una scuola (…). Se tiri fuori questa parola parlando di istruzione, ti linciano. (…). L’amore” (Daniel Pennac, Diario di scuola).



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