Il taccuino perduto

Il taccuino perduto

Se qualcuno li avesse sorpresi in quella posizione avrebbe pensato a una classica scena di “preghiera in ginocchio”, come si diceva nel 1900, ma si sarebbe sbagliato. Non solo il ragazzo non si apprestava affatto a praticare una fellatio, ma nemmeno avrebbe mai immaginato che due uomini potessero farlo. A quell’epoca, come tutti quelli che lo circondavano, il ragazzo era infatti convinto che gli invertiti, invertendo per l’appunto i ruoli della sessualità abituale – interpretando uno il ruolo della donna, l’altro quello del maschio – si dedicassero a un’unica pratica, la penetrazione anale. Ciò che balza pertanto all’occhio con somma evidenza è come, nel 1986, un quasi centenario possa permettersi in completa libertà di parlare di tutto, non perché grazie al suo mestiere ne abbia viste di cotte e di crude, ma perché l’insieme delle pratiche umane che si possono comprendere, descrivere e dire è stato ampliato da un pugno di intellettuali autenticamente rivoluzionari. Nei primi anni del secolo, in anticipo sulle rivoluzioni e le guerre che verranno, uno di loro, chiuso nella sua stanza, trasforma uno scrittore mondano in un autore rivoluzionario. Nessuno può prevederlo, nemmeno lui… Il quasi centanario, infatti, non ha mai smesso di imparare, a quell’uomo deve la sua più grande certezza, ossia che la verità nascosta sotto le apparenze non sta né da una parte né dall’altra, ma nel continuo andirivieni tra le due. E gli deve anche il piacere della lettura, e quello della sua grande opera è unico. Ed eccolo, dunque, a quasi ottant’anni di distanza, a dividersi tra due mondi diversi, la civiltà del passato e quella del presente...

È un ragazzo. Deve compiere diciott’anni il giorno di Natale, data di cui porta il nome. Sembra molto più piccolo. È basso. È svelto. È intelligente. Ha avuto poche opportunità di leggere. Ma gli piace Poe, e ha avuto molti insegnamenti dalla vita. La mamma è stata lasciata da quel grand’uomo di suo padre mentre era incinta, come da migliore tradizione dei vigliacchi, la sua unica famiglia è il nonno. Che, presto, come tutti i nonni di un certo tipo di letteratura, tira le cuoia. Lavora, in pratica come factotum. E un giorno si imbatte in quello che diventerà il più grande scrittore della storia della letteratura planetaria, ma che per il momento non è che un quarantenne, o giù di lì, che cita sempre – o perlomeno piuttosto spesso – Gustave Flaubert, parla di sé come di un valetudinario, così di frequente che per il ragazzo non è nemmeno necessario andare a cercare quella parola sul vocabolario, perché alla fine, dato il contesto in cui il signore la usa, ne ha ben capito il significato, ride, tossisce, ha gli occhi buoni. È sempre gentile, non si inquieta mai. Ma quando ha un accesso di collera è come se venisse sostituito da un’altra persona. D’altronde, si sa che bisogna temere l’ira dei buoni… Soprattutto, gli vuole bene. E anche lui si affeziona. Quell’uomo gli cambia la vita. Di quell’uomo racconta la storia. Di quell’uomo insospettabilmente divertente e dolce che è appassionato di enigmi, e che lo ingaggia per ritrovare un suo prezioso taccuino. Lui è Noël. L’uomo è Proust. Il libro di Leprince è insieme un giallo, un memoir, un saggio e un omaggio. Delizioso. Molto più di una madeleine.

 

 

 

 
 
 
 

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