Il tallone di ferro

Il tallone di ferro
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Ernest e Avis si incontrano per la prima volta nel febbraio 1912. Il padre di Avis, John Cunningham, rispettato fisico e autorevole professore della State University di Berkeley, è solito invitare nella sua dimora esponenti della buona società per desinare e filosofare e oggi è particolarmente soddisfatto di avere con sé quel ragazzone mal vestito ma dallo sguardo vivo e acuto. Non si può certo dire che Ernest passi inosservato, col suo completo di panno scuro che gli casca male addosso. Per il professor Cunningham Ernest rappresenta il filosofo sociale: ex maniscalco, praticamente autodidatta e traduttore di testi filosofici. Un uomo ardito, non c’è che dire, ma caratterizzato da una semplicità e da una schiettezza fuori dal comune. Oltre a lui vi sono diversi reverendi, uomini di chiesa che tendono a giustificare con la metafisica pressoché ogni cosa, nemici giurati del pensiero empirico e del metodo scientifico adottato da Ernest. Pertanto, si preannunciano scintille. Avis rimane inizialmente in disparte, leggermente infastidita da quell’omone che scioglie la lingua in modo impertinente ma risoluto, argomentando e controbattendo punto per punto le osservazioni dei reverendi. Ne è tuttavia affascinata, come tutte le persone presenti nella stanza e non riesce a fare a meno di ascoltarlo. Per lei, rappresentante di una classe sociale decisamente privilegiata, è quasi impossibile che un uomo rozzo e di così basso ceto, possa essere così istruito e orgoglioso della sua provenienza…

Noto come uno dei primi esempi di letteratura distopica, seppur nel suo ostentato incedere realista, Il tallone di ferro suscitò sin dalla sua pubblicazione – datata 1908 – reazioni miste che vennero amplificate dopo la fine del primo conflitto mondiale, quando le tesi propugnate nel libro in maniera aspra e feroce trovarono in parte riscontro nelle vicissitudini globali, che videro proprio in quegli anni l’affermazione del bolscevismo nella Russia zarista al termine di una lotta tanto ideologica quanto sanguinosa. Anche in quest’opera si parla di rivoluzione, di proletari oppressi dalla classe dominante che detiene i mezzi di produzione e che si avvantaggia non solo delle masse di diseredati che non hanno altro da offrire al di fuori della propria forza lavoro, ma anche di quella borghesia produttiva che non riuscirà più a contrastare lo strapotere dei trust oligarchici. London, da sempre autore vicino agli “ultimi”, utilizza l’espediente del manoscritto di Avis Everhard per raccontare di Ernest – cui Che Guevara deve il nome di battesimo – il filosofo-maniscalco che incarna lo spirito rivoluzionario dell’opera. Parlando per bocca del suo protagonista, l’autore illustra e denuncia gli istinti predatori del capitalismo oligarchico, che potendo disporre di risorse immense, finirà per instaurare una forma di governo autarchico e illiberale il quale, quando non potrà cooptare seguaci con l’oro, si preoccuperà di eliminarli con il “rombo degli obici, con gli scoppi delle granate e con i crepitii delle mitragliatrici”. Questa storia amara, lasciata volontariamente in sospeso dall’autore, quasi a voler responsabilizzare il singolo lettore come attore del proprio futuro, al di là del manifesto intento rivoluzionario di matrice marxista – inevitabilmente figlio del proprio tempo – si mantiene tuttavia attuale nel denunciare il progressivo declino della rappresentanza nelle sedi parlamentari, la crescente sproporzione nella distribuzione della ricchezza e lo scollamento tra le logiche finanziarie e le logiche afferenti all’economia reale. Da riscoprire.



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